recensioni dischi
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DAVID CHALMIN  "La terre invisible"
   (2019 )

La carriera di David Chalmin, che ha collaborato, tra gli altri, con The National, con Zu e con Shannon Wright, ha dimostrato in ogni momento quanto sia versatile come produttore, ingegnere del suono e compositore. Per questo suo disco, la sua vena creativa spazia più generi, dalla classica all’avanguardia passando per l’ambient e l’elettronica.

La Terre Invisible, disco d’esordio – come compositore e musicista – di David Chalmin (appena uscito per Ici D'Ailleurs Records), è un equilibrio precario e perfetto tra tensione e tranquillità in un continuo inseguirsi di arpeggi di pianoforte, percussioni stranianti e raffinatissime sequenze melodiche. Se la IDM è forse il genere che più lo rappresenta, è complesso e limitante inserire Chalmin all’interno di una sola categoria. “À l’Aube” è un brano di classica contemporanea, coraggioso e di ampio respiro, che porta pace e serenità a chi ascolta. L’elettronica che affiora ovunque è maggiormente al centro in brani cupi e meditativi come “Les Ames Perdues”, che coi National condivide una certa sonorità e strizza l’occhio al lato strumentale e di accompagnamento dell’ultimo Bon Iver. Questi scenari da fine del mondo compaiono diffusamente. Si pensi ad esempio a “Vertige”, che quasi flirta con l’industrial, e a “Matière Noire”, che ricorda alcune recenti composizioni del progetto The Dreamers di John Zorn, molto lontano dallo Zorn che pressoché tutti conoscono e più vicino a un’elettronica soft, quasi ambient.

Gli equilibri precari che caratterizzano il disco vengono di tanto in tanto squarciati. A volte trionfa l’oscurità, è vero; altre volte, però, ad avere la meglio non è la tenebra ma la luce. “Images Nocturnes”, in uno sfrenato minimalismo che sta tra Autreche e Aphex Twin, prova a costruire un futuro in mezzo alle rovine, dove il pianto può trasformarsi in speranza. Nulla è stabile. Chalmin tenta di spazzare le nuvole e portare il sereno attraverso la chiusura romantica, con il pianoforte al centro, di “Lumière Blanche”, che allo spettatore lascia più domande che risposte, insieme a un ottimo disco. (Samuele Conficoni)