recensioni dischi
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FRODE HALTLI  "Border woods"
   (2019 )

L’avant-folk di Frode Haltli procede nella sua dimensione parallela, estremizzando i propri elementi. In “Border Woods”, la sua fisarmonica si innesta più volte con la nyckelharpa, una viola svedese affine all’Hardanger fiddle, in un modo dove spesso i timbri di entrambi gli strumenti si fondono e si distinguono a fatica. L’album inizia con “Wind through Aspen leaves”, che è un’ambientazione ariosa di piatti, sulla quale, molto lentamente, fa capolino la fisarmonica, con note lunghe e statiche. Il succo del lavoro arriva coi quindici minuti di “Mostamagg Polska” dove, sopra un pattern di marimba, si avvia la nyckelharpa a fianco di Haltli. Se all’inizio i due strumenti melodici sembrano essere uniti, ad un certo punto prendono la tangente, in fatto di armonia. Stessa cosa accade in area percussiva, dove la marimba viene raggiunta dal suo strumento fratello, il vibrafono. Legno e metallo, corde e aria. C’è una doppia forza cangiante. Le sonorità si potrebbero descrivere come una luce iridescente, che modifica le proprie apparenze a mano a mano che si procede nell’ascolto. A quasi 7 minuti si cambia ritmo, spariscono le percussioni ed arriva la polka evocata dal titolo; nyckelharpa e fisarmonica si mantengono omoritmici, distanti una terza minore. Le scale che i due strumenti seguono non seguono gli intervalli consueti, modulano spesso e in maniera inaspettata; questo crea una sorta di disorientamento. Infine c’è una terza parte, dove torna la marimba, ribattendo serie di singole note in maniera regolare, e i due strumenti sopra si lasciano andare ad acute longae. “Wood and stone” è un breve spazio per le sole percussioni non intonate, che sono parecchie e seguono diverse poliritmie. Da subito si perde il battito principale di riferimento, che si sposta di continuo. Nel “Taneli’s lament (sorrow comes to all…)”, fisarmonica e nyckelharpa tornano a fondersi, stavolta in un incedere armonico lento e drammatico. A fare da controcanto allegro ci pensa “Valkola Schottis”. Anche se avviato da una fase sospesa, quando parte il ritmo si innesca un clima di festa folk. Nel finale possiamo sentire il particolare pizzicato di questa viola nordica, che assomiglia a quello di una chitarra acustica. Ultimo significativo viaggio è “Quietly the language dies”. Qui, i due strumenti melodici sono accordati su quarti di tono, mentre i percussionisti suonano dodici bicchieri. L’ispirazione è arrivata dall’Egitto, ed infatti queste scale evocano subito l’area della mezzaluna fertile. Ben presto però, anche utilizzando questi microtoni, si esce dalla connotazione geografica mediorientale, per concludersi in una sorta di locus amenus musicale, una situazione angelica ottenuta dalla fusione di suoni acuti. Forse non è più l’Egitto terrestre ma quello di Abydos, il pianeta fuori della Via Lattea, del film “Stargate”. Se in “Salika, Monika” Frode Haltli, assieme all’Erlend Apneseth Trio, aveva raggiunto la trascendenza, con Emilia Amper alla nyckelharpa in “Border Woods” sfiora la fantascienza. (Gilberto Ongaro)