recensioni dischi
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THE CRIMINAL CHAOS  "Surreal reality"
   (2019 )

Essere o non essere? Confezione o contenuto? E’ una domanda stimolata dall’ascolto di ''Surreal Reality'', l’ultima produzione a firma The Criminal Chaos.
Partiamo dal principio e chiariamo fin da subito che il quintetto di Parma suona da paura: ritmiche creative e serrate e una voce notevole fanno correre la mente in direzione Chris Cornell/Steve Lukather.
La carta del disco è quella di un post-rock moderno e le associazioni si sprecano. I primi 2 nomi che mi vengono in mente, probabilmente influenzati dal timbro di Nick Bergogni, sono Audioslave e Deasonika.
La produzione è intelligente, molto colorata, dinamica.
Di contro, sul piano tecnico trovo un’enfatizzazione delle frequenze medie in sede di mastering che mi toglie un po’ il piacere all’ascolto, mi infastidisce anche a volumi bassi e trovo soffochi il suono dell’intero lavoro rendendolo un pochino nasale, così come non riesco a essere d’accordo sulla scelta del rullante, così chiuso e metallico, slegato dal resto del set che si esprime invece ricco di armoniche e rotondo al punto giusto.
La questione sollevata all’inizio si pone durante l’ascolto di tutte le sette tracce del lavoro escludendo forse l’ultimo episodio, “Lover”.
Ci sono 3 modalità base che portano a scrivere una canzone: o si parte da una melodia, o da un concetto che si vuol comunicare, o si improvvisa e si suona tantissimo assieme, si salvano tutte le idee più interessanti e alla fine le si accorpano, dando vita a un collage su cui finisce per poggiarsi la voce.
L’impressione netta è che in ''Surreal Reality'' la modalità compositiva sia quest’ultima.
Pare di ascoltare tante piccole cellule ben realizzate e messe in fila con grande cura, senza però essere supportate da un filo conduttore che non sia il solo buon gusto della band e/o del produttore artistico.
Sono cellule ben suonate, cori ottimamente realizzati, finezze ritmiche che rendono molto divertente l’interpretazione dei canonici quattro quarti come nell’iniziale “The Future”, un uso corretto dell’elettronica, il cantato in inglese con le metriche, le rime e gli ostinati tutti al punto giusto.
Focalizzando però l’attenzione sul significato del tutto si avverte la mancanza di un messaggio, a causa forse anche dei testi molto semplici e ripetitivi, mirati più a risultare esteticamente contestualizzati che a voler raccontare qualcosa.
E’ come guardare da vicino due meccanismi complessi, come quelli che si vedono in trasparenza dentro le scocche di certi cronografi.
Quello che proviamo a immaginare a sinistra è al servizio e inserito nel cronografo, muove le lancette, indica lo scorrere del tempo, l’ora esatta, al contrario, quello a destra è il meccanismo in purezza ancora da inserire nella scocca: gira tutto perfettamente e il senso del suo esistere rimarrà esclusivamente quello di muoversi se non sarà inserito in una scocca che lo renda a tutti gli effetti un cronografo e non soltanto un meccanismo.
La domanda posta nel cappello introduttivo trova luogo nell’ascolto di ''Surreal Reality'' perché, nonostante quanto detto, l’ascolto delle canzoni scorre via piacevolmente, senza intoppi.
Non invoglia al riascolto, ma se il riascolto c’è non risulta pesante.
E’ un po’ come passeggiare per le vie di una cittadina ordinata e pulita: magari non ci si sofferma rapiti da qualche particolare edificio, ma è comunque un posto carino come un altro dove quattro passi li si fa volentieri.
I nostri criminali del caos hanno tutte le carte in regola per poter scrivere un grande brano, ma non è detto che sia il loro obiettivo, magari vogliono solo suonare per il piacere di farlo, senza troppe velleità.
Vogliono rappresentare un grande marchio o sono una squadra interessata ad occuparsi unicamente di meccanica?
Portando avanti il paragone, da consumatore, quando entro in un negozio di orologi mi interessa il prodotto nella sua interezza, e sebbene non sia forse questa la sede per fare filosofia, se fossi in loro e volessi concentrarmi unicamente sulle meccaniche (dato l’alto tasso di talento di cui sono dotati tecnicamente), prenderei eventualmente in considerazione l’ausilio di un elemento esterno che si occupasse dei contenuti.
In fin dei conti non nasciamo tutti autori e sarebbe un peccato non completare un ideale cerchio artistico in presenza di tanta qualità.
Una certa Mina Mazzini ne sa qualcosa. (Alessio Montagna)