recensioni dischi
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PSIKER  "Momentum"
   (2020 )

I buoni motivi di un cantautore/producer milanese di pubblicare un album nel 2020 possono coincidere con eventi a suo modo importanti, come il raggiungimento del quarantesimo anno di età e col raggiungimento del ventesimo anno di età del suo progetto musicale. Parliamo del progetto Psiker, il cui nome d’arte nasce dall’unione di “psiche” (dal greco psyché – anima/mente) col suffisso “er” (che in inglese identifica “colui il quale”). Quindi colui che pensa. E l’album in questione è “Momentum”. Una produzione electro-pop contemporanea, con rimandi al sound anni ottanta-novanta del secolo scorso, autoprodotta e distribuita da iMusician Digital. L’artefice è ispirato dalle mistiche terre irlandesi del Donegall, evocate attraverso l’arte compositiva di autori di musica celtica quali Enya, i Clannad e Moya Brenannan. Mentre nella fase di produzione è curiosa la selezione di alcune collaborazioni avvenuta via Instagram; e così vengono ingaggiati tal Jonny Fitch da Belfast (programmazioni aggiuntive, chitarre, basso) e HunBjørn di Copenaghen (voce e cori). E’ un processo di maturazione che prende forma nell’invisibile filo conduttore delle canzoni, caratterizzato da una costante ricerca di pace ed equilibrio associato ad un quadro artistico introspettivo e dark, nonostante talvolta marchi ritmiche superficialmente dance. Anche la grafica della cover esprime metaforicamente il superamento di un momento difficile per l’esistenza dell’artista. In ogni modo, qui si discute di un genere musicale che sobbalza tra l’electro-pop embrionale, la dance non estrema e i saltellii vari nelle sotto-tendenze del pop mainstream. Da tale mistura si evidenzia la presenza di brani interessanti come “Days”. Riconoscibile dal suo andamento leggero, rilassato, estivo (malinconico-riflessivo da ore d‘imbrunire). Col ritornello caratterizzato dalla presenza di un leggero ed accarezzante strimpellio di chitarra acustica e da una parte di archi che richiama in qualche strano modo qualche contesto acid-jazz o soul. “We Play” ha un similare andamento, che non va di fretta, che non trasmette ansia ed ha un ritornello facilmente cantabile. Solare e pomeridiano è anche “Framework”, che, oltre alla simpatia che lascia trasparire dalla pronuncia italianizzata dell’inglese cantato, ha qualcosa di strutturale che lo allontana un po' dal contesto dance ed electro, che l’album vuole comunque conservare. Si direbbe, è il pezzo più pop e meno electro, che si presta ad essere suonato anche in contesti diversi. “Silence” seppur ha la natura solita, presenta un’interessante base ritmica, oltre ad una più articolata parte cantata, anche comprensiva di cori femminili stile produzioni americane soft-rock seventies. In merito alle altre releases, a parte la buona qualità generale del mixing e dei suoni in post-produzione, non si segnalano particolarità contenutistiche evidenti. L’electro-pop-dance, seppur di discreta fattura, non presenta elementi di particolare originalità tali da catturare l’attenzione per qualche motivo ultroneo, rispetto a quello che già ci si aspetti di trovare. Né si può dire che tutto possa essere ricordato dopo solo pochi ascolti. Tuttavia le idee alla base dei testi, che muovono l’artista verso la produzione, sono certamente più profonde e riflessive di quelle normalmente previste nel genere electro-pop. Ed in ogni modo sufficienti per poter pensare che, letteralmente, i testi sono piuttosto cantautoriali. E forse una particolarità di questa produzione è proprio quella di essere bivalente; musicalmente electro-pop e liricamente cantautoriale. (Vito Pagliarulo)