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OTTODIX  "Entanglement"
   (2020 )

Artista a tutto tondo, figura troppo complessa per poterla rinchiudere nelle poche righe in cui passare in rassegna “Entanglement”, ultima fatica discografica a tre anni da “Micromega”, Ottodix, al secolo Alessandro Zannier, è prima di tutto un libero pensatore al servizio di riflessioni che intrecciano scienza, cultura e filosofia in un milieu appassionato e stratificato.

La musica è il veicolo che consente il movimento, la lente che lo mette a fuoco, il prisma che rende possibile scomporre l’osservazione nelle sue sorgenti. E’ il vettore, l’elettricità lungo i cavi, il legame tra elementi spazio-temporali apparentemente distanti ed inconciliabili, in realtà interconnessi da logiche imperscrutabili ed insondabili evidenze.

Al confine fra dimensione teatrale, arti visive e rappresentazione intellettuale, Ottodix esplora da sempre le infinite possibilità concesse alla mente attraverso una poetica visionaria e colorita, multiforme e variegata, espressa in testi che spaziano fra argomenti di stretta attualità (sociale, ambientale, geopolitica) e tematiche storico-distopiche (il soprendente quadro di una “Mesopotamia” di battiatesca opulenza).

I cinquantaquatro minuti di “Entanglement” raccolgono composizioni il cui tessuto sonoro – l’aspetto estetico - è inscindibile dal contesto entro il quale sono radicate: è un discorso unitario le cui singole parti sono legate da vincoli e strutture trasversali che ne fanno materia di approfondimento, un florilegio di arie dilatate e di ritornelli efficaci al servizio di brani mai realmente accessibili in toto, un microcosmo di arrangiamenti eleganti e di suoni rotondi che nella loro provvida sovrabbondanza ben ricordano il Gianluca Lo Presti del periodo Nevica Su Quattropuntozero.

Così, anche i quattro minuti a modo loro irresistibili di “Pacific Trash Vortex”, pubblicata come primo singolo col suo esplicito messaggio ecologista (ed oltre), sono solo un altro mattone nel muro; a spostare l’equilibrio sottile fra piacevolezza d’insieme e profondità dell’attenzione richiesta per goderne si materializzano ostacoli di ogni sorta, deviazioni che sottraggono a questi pezzi – colti ed impegnati – immediatezza ed accessibilità, nonostante la godibilità di facciata.

Il ritornello ampio e la languida armoniosità di “Europhonia” sono in qualche misura mitigati dalla complessità delle liriche e da uno scorrere fluidamente infido, in fondo un po’ come ascoltare i Japan (vedi anche “Gengis Kahn”): synth-pop apparente, ma non del tutto synth e ben poco pop, un trompe-l’oreille in cui qualcosa va immancabilmente storto. E’ una lieve anomalia/come una vena nel vetro, cantavano i Quintorigo, ed è bello che lo sia. La difficoltà che perverte e sovverte un facile ascolto passa per il tramite di una concettualità spinta fino al limite del sostenibile, come nelle sabbie mobili dei sei intensi minuti di “Africa by night”: “Sai cos’è l’effetto-butterfly?/è una catena di micro-spostamenti/come la rete di piante distanti/ma comunicanti tra vecchie radici morenti”. Non proprio il chorus che passa in radio. Averne.

Su un telaio che sa di Dorian Gray (mai abbastanza celebrati), tra mai sopiti sentori tardo-wave, beffardo e sardonico nel suo oceano di contraddizioni si dipana il messaggio inequivocabile di “Columbus Day” (“Columbus Day/odio l’America e sogno di lei/ Columbus Day/dove si specchiano nudi gli europei/e i preti sparano come John Wayne/Columbus Day, ok”), si agita il battito forsennato, rabbioso e vagamente sdegnato di “Maori” (“la Nuova Zelanda ha trovato la svolta/e la vedi perfino nella forma/è un’Italia capovolta/e la Nuova Zelanda suonerà la rivolta/e tutta l’onda d’urto come un boomerang ritornerà”), lievita sorniona senza realmente deflagrare la stralunata melodia per pianoforte ed archi della title-track in chiusura.

Ovunque e comunque, “Entanglement” conserva innata ed intatta una tensione compressa, sorda minaccia che promette il climax mentre lo allontana. Qualcosa che c’è ma non vedi. O qualcosa che vedi, ma di cui fatichi a cogliere l’essenza.

E’ molto più di una raccolta di canzoni: è idealismo, utopia, storiografia compilata a partire da un hortus conclusus per adepti del culto o spiriti eletti, nonostante almeno l’ingresso non si neghi a nessuno.

E’ una fiaba il cui lieto fine passa per le forche caudine di una comprensione affatto semplice.

Come passeggiare in un giardino fiorito, ma tra rovi e spine. (Manuel Maverna)