recensioni dischi
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ROSGOS  "Lost in the desert"
   (2020 )

Ecco Maurizio Vaiani aka RosGos, già voce dei Jenny’s Joke, al secondo lavoro discografico “Lost in the desert”, realizzato per la Areasonica records. Un titolo che, già solo fermandosi al suono delle parole, promette bene. I contenuti musicali ricalcano uno stile annoverabile nel leggero rock–indie di qualità, con accenni, intenzioni ed atmosfere brit-pop. Ben suonato e dai contenuti non scontati. Che non strafanno e non sconfinano in virtuosismi altrimenti fuori luogo. Un album di undici brani che è un viaggio attraverso diversi stati d’animo. Cavalcate sonore che visitano mondi musicali distanti tra loro, tutti riconducibili all’universo artistico dell’autore. Un lavoro intimista, eseguito con strumentazioni adatte ed arrangiamenti scelti accuratamente. Ha un bell’inizio con “Free to weep”. Sembra la colonna sonora di un risveglio all’alba, quando tutto è in silenzio e ci si ferma a guardare alla finestra e riflettere sul giorno a venire. Segue quello che è il primo singolo dell’album con videoclip, “Standing in the light”. Dalla particolare melodia british style, cantata in modalità che sembra pescare nel repertorio sonoro Oasis/The Verve/Coldplay. Tuttavia, senza disturbare. Lo stesso con “Telephone song”, e anche qui la mente continua ad associare la musica a certe produzioni british degli anni novanta del secolo scorso. Con “Sparkle” si crea una particolare atmosfera, addolcita da una ponderata drum machine e da una situazione soffusa, che culmina e diventa positiva nel ritornello, frutto della melodia con accordi in maggiore. La chitarra tremolo, prima, e la parte con slide, dopo, in “To daydream” sembrano invece volerci trasportare verso spazi musicalmente più ampi. Ai limiti dell’immensità del deserto. E forse questo è il brano che più di tutti si connette col significato e l’essenza del titolo dell’album. Poi c’è la purezza acustico-chitarristica di “Sara”, che dà l’idea della siesta. In ricerca della pace interiore. Ma “Lost” ci fa rialzare e ci rimette in cammino. Lo fa con andamento deciso ma non frettoloso. Con un interessante ritmo, tutto battiti principali sui tom. E’ anche il presupposto per incrociare la successiva ”Mary Ann” e la sua ambientazione un po' più electro, all’inizio, che poi esplode con ritmiche e melodie più louder, ben associabili a quelle tipiche di “Pablo Honey” dei primi Radiohead. “The date”, col suo piglio melodico posato su accordi in minore, dall’andamento appena saltellante, anticipa la memorabile “Misery”. Dall’iniziale ambientazione appena country western, fino a comprendere peculiari toni da cantato e leggere slide guitar che sono una celebrazione di ambientazioni tipiche di bei lavori di Mark Knopfler. Infine “17”, l’interessante brano che chiude l’album con calma, con andamento ovattato. Quasi chiudendo una porta. Lasciandosi provvisoriamente alle spalle un mondo artistico che parla di cose, persone, fatti. E lo fa senza urlare. Senza far troppo rumore. (Vito Pagliarulo)