recensioni dischi
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BJ JAZZ GAG  "Somestring else!"
   (2020 )

L’idea di base tende a sviscerare potenzialità interpretative, dettate da una gamma di pezzi, ricorrendo ad insolite accordature di chitarra, a tal punto di divenire il punto di partenza compositivo del trio free-jazz dei Bj Jazz Gag: un progetto di musical improvvisation in piedi da un biennio ma già con un preciso “credo” granitico, ovvero estrarre la miniera estemporanea dalla musica appoggiandosi alla ricchezza della libera esecuzione in continuo divenire. Attivissimi nel circuito jazz, Biagio Marino (chitarra) e Massimiliano Furia (batteria) danno vita al combo in duo per poi estenderlo a Luca Bernardi (basso) ed arrivare, cosi, ad esordire con l’album “Somestring else!”, nel quale la “r” incastrata nel titolo rivela il calembour tra “Qualcos’altro” e “Qualche altra corda”, cosi come la privazione della “n” nel nome della band dà risalto alla trovata divertente, piuttosto che allo scontato significato di “gruppo” (Gang). Da ciò, si deduce la volontà di porre l’accento sull’aspetto ludico e brioso riservato alla ricerca e all’improvvisazione. La cinquina dell’opera prende il via da “Emblemata”, srotolata con pennate jazz-funk, dal groove trainante e da una tregua colma di frenetici armonici; il brano prende spunto dall’opera omonima di M.C. Escher, mentre “Alghera” emoziona come un quadretto impressionista che pennella i suoi colori in seducente sequenza free-form: un cristallino omaggio alla bellezza magnetica della città sarda. Non mettete mai in pausa questo disco perché va suonato e goduto “Fino all’ultimo respiro”: terza traccia in elenco che delinea trame fusion-progressive, con delicate pizzicate di corde auliche che avvolgono in contesti più aperti e poliedricamente esplorativi. Invece, “Abbia Masella”, dietro al drammatico turbinio esecutivo, pone l'intenzione del trio di richiamare l’attenzione sulla storia dell’eponima donna campana, la cui unica colpa fu quella di provare a ribellarsi all’ignobile bigottismo della chiesa, che imponeva regole anacronistiche. Al traguardo, sfila “Native american painting”: dieci minuti che scorrono con l’autorevolezza di chi sa come sciorinare contenuti scritturali con forbita tecnica e maestria assemblativa, sempre e comunque imparentata alle ja-session qualitative. “Somestring else!” è opera che desta poche perplessità e che esilia (strategicamente) le parole per lasciar scorrere il talento strumentale dei Nostri, capace di osare soluzioni ardite ma con piena coscienza dei propri mezzi, con l’auspicio che la loro mirabile tendenza esplorativa rimanga un grosso stimolo acceso: sia per loro per gettare le basi per nuovi capitoli interpretativi e sia per infondere coraggio ed impegno alle nuove leve in cerca dell’inusuale che emozioni, per distanziarsi, così, dalle trappole seducenti della banalizzazione, forse proficua ma di bassa lega. Meglio “Qualche altra corda” tutta la vita! (Max Casali)