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DANIELE SOLLO  "Order and disOrder"
   (2021 )

Il ruolo del basso all’interno di una band o di un’orchestra è spesso relegato a quello di comprimario, il suo apporto al suono globale dell’ensemble lo nota solo un orecchio allenato oppure un adepto della setta dei bassisti, personaggi oscuri come il suono del loro strumento.

Nel caso di Daniele Sollo cambia tutto: la sua tecnica e la sua capacità compositiva riportano lo strumento al centro della scena, dimostrando come una volta messo il basso sotto le dita giuste (e con un buon multieffetto) questo possa ricoprire il meritato ruolo di protagonista.

Se poi il genere di riferimento del lavoro è il progressive in tutte le sue declinazioni (fusion, jazz, rock), la cosa diventa ancora più interessante.

Infatti non stiamo parlando di una noiosa esibizione stilistica ma di un’opera di una certa rilevanza sia in termini di esecuzione, ma soprattutto di composizione; e poi se per aiutare Daniele Sollo arrivano i migliori progster nostrani, allora il gioco è fatto.

Vale la pena citarli tutti: Fabio Zuffanti (Höstsonaten), Luca Scherani (Echoes of Secrets - A Pink Floyd Tribute), Stefano Agnini (Il Cerchio Medianico), Alessandro Corvaglia (Delirium, La Maschera di Cera), Marco Dogliotti, Samuele Dotti, Maurizio Berti, Valerio Lucantoni (The Wormhole Experience) e Domenico Cataldo, che ha curato gli arrangiamenti insieme a Daniele Sollo.

“Order and disOrder” è l’esordio discografico di Daniele Sollo e prende spunto dalle teorie psicoanalitiche di Wilhelm Reich secondo le quali ordine e disordine sono legati da un equilibrio che si crea tra elementi discordanti. Infatti anche in questo disco, dove confluiscono tanti stile e musicisti, si raggiunge alla fine un'imprevedibile armonia.

Ci introduce all’opera la solenne “11-IX-1683”, intro di piano che si intreccia con il basso scoppiettante, la chitarra di Domenico Cataldo e la voce di Marco Dogliotti, un hard prog che ricorda in alcuni punti gli psicodrammi alla Van Der Graaf Generation, per poi aprirsi in passaggi più fusion e altri che sfiorano lidi quasi heavy.

Lo strumentale “Turn Left” gioca, ancora di più, sui contrasti, tra rassicuranti aperture melodiche di piano e ombrosi passaggi, carichi di tensione e ossessivi giri di basso che rimandano alle nevrosi dei King Crimson periodo 'Red' fino a un finale slappatissimo da far impallidire Les Claypool.

Più riflessiva è “A journey”, la prima suite di ''Order and disOrder'', con i suoi 11 minuti e una evocativa apertura grazie alle tastiere liquide di Stefano Agnini, che cedono il passo all’incalzante basso e alla voce gabrieliana di Alessandro Corvaglia con una digressione centrale che spazia tra rock e jazz e divagazioni floydiane.

“In my arms” è il brano che mi ha colpito di più, un dialogo a tre tra un magistrale arrangiamento per archi, il basso di Sollo che tesse la melodia e la voce profonda di Fabio Zuffanti. Originale e suggestivo.

“Anytime anyplace”, la seconda suite, di nuovo con Alessandro Corvaglia alla voce, parte da atmosfere più romantiche e cariche di orgoglio per muoversi verso territori più drammatici, tra cavalcate heavy e ansie hammiliane.

“Pavane in F# Minor” è il degno finale del disco, riarrangiata dal repertorio di Gabriel Fauré, tutta in punta di dita e plettro con due bassi che si intrecciano in clima plumbeo e molto cinematografico.

Insomma, siamo in presenza di un talentuoso bassista a cui sta stretto il suo ruolo canonico: non è il primo e non sarà l’ultimo, ma questo è un dettaglio tecnico, invece se si valuta il lavoro nel suo insieme non si può non notare l’eleganza degli arrangiamenti e la loro scorrevolezza, che lo potrebbero rendere piacevole anche a orecchie non allenate al genere prog o addirittura a chi non lo sopporta proprio.

Un disco che si fa scoprire fin dal primo ascolto ma che anche ai successivi ti svela sempre qualcosa in più. (Lorenzo Montefreddo)