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A/LPACA  "Make it better"
   (2021 )

Se non avessi l’età che ho e se non avessi trascorso due terzi della mia vita ascoltando un certo tipo di musica, cioè più o meno tutto quanto sta sul lato oscuro delle sette note, di fronte a questo disco griderei al miracolo. Oppure, mettendola diversamente: se avessimo avuto per le mani un album così un quarto di secolo fa, io e Luca saremmo impazziti e ci saremmo precipitati a sentire questi signori suonare live ovunque lo avessero fatto.

I signori in questione sono in quattro, poco più che ventenni, mantovani di origine e con già una bella trafila dura alle spalle, altro che esposizione mediatica, visibilità, cose così. Si chiamano A/lpaca e “Make it better” è il loro debutto per We Were Never Being Boring Collective/Sulatron/Sour Grapes. Fanno musica antica, ma in abiti nuovissimi: una bordata motorik-for-the-masses che qualunque scribacchino con anche solo un minimo di orecchio e di esperienza come il sottoscritto non faticherebbe ad ascrivere a quello che viene comunemente considerato kraut-rock. Brani dritti, segnati da una ritmica martellante e ossessiva, cassa in quattro e via tra bordate di synth ed elettricità sovraccarica, poche variazioni lungo il percorso ed un generale sentore di stordimento ubriacante a seminare zizzania.

A/lpaca hanno proprio questo sound allettante che strizza volentieri l’occhio a lande limitrofe, dal passo teutonico dei sei minuti asfissianti della title-track alla cavalcata di “Inept”, dove sembrano dei Rockets 2.0 strafatti che macinano tardo-wave à la Cure corretta da una vena psicotica. Le scariche acidissime di “Hypnosis” sono memori tanto dei J&MC quanto del post punk apocalittico dei Membranes, con la rullata di batteria che mi ricorda – ho questa foto di pura gioia – la “Lagartija Nick” dei Bauhaus: il risultato è una specie di voodoobilly ipnotico che crea striscianti stati di agitazione.

Con la sola eccezione di “Slave antenna array” – quasi i Foals - la voce è sempre distorta, filtrata, irreale, l’ideale colonna sonora di uno sci-fi movie o semplicemente un delizioso incubo. In quest’aura malsana penetra un inebriante effluvio di electrodark che ricorda – chicca per intenditori! – l’incedere incalzante e vagamente lascivo, insinuante e storto dei La Femme, band francese della quale mi permetto di segnalare almeno l’immenso debutto “Psycho tropical Berlin” ed il cui spettro aleggia su ogni battuta di “Chameleon”, tanto per dirne una.

A proposito di zone di confine, “I am Kevin Ayers” ha la cadenza algida ma nervosa dei Joy Division, “Citadel” è lanciata a velocità da Ministry di “Jesus built my hotrod” con una progressione di accordi mutata in sequenza frenetica di scatti improvvisi, preludio ai sette minuti della conclusiva “Lokomotiv”, che ripete in un parossismo quasi mantrico il medesimo giro fino all’estasi, alla trance o a quello che credete, un martirio sonico che lambisce il frastuono prima di spegnersi in un ronzio liberatorio.

In totale quarantuno minuti come ai bei tempi che furono, un coraggioso compendio di furia compressa che osa dove altri neppure si azzardano a mettere piede: soffocante, opprimente, incessante, senza uno straccio di pausa o requie concessa all’estasiato uditorio di nostalgici che troveranno beatitudine in cotanto bailamme o alle nuove leve che lo vivranno come un rito iniziatico.

Kraut-rock, post-punk, electro, come volete: una vita fa, musica così io e Luca la chiamavamo semplicemente “dark”, magari sbagliando genere e categoria, ma pazienza.

Ciò non toglie che questa bomba che ho tra le mani sia una cosa davvero enorme, anche se ho l’età che ho. (Manuel Maverna)