recensioni dischi
   torna all'elenco


TURANGALILA  "Cargo cult"
   (2021 )

Al crocevia tra math, prog, metal e psych, le sette tracce che compongono “Cargo cult”, esordio per Private Room Records del quartetto barese Turangalila (Pino Di Lenne, Antonio Maffei, Giovanni Solazzo, Costantino Temerario), offrono quarantacinque minuti di contorta inquietudine nei quali alberga una tensione coinvolgente, addirittura attraente in un suo modo affatto lineare.

Su un crossover mai scontato - a tratti soffocante, altrove più morbido o perfino snervante e greve – va in scena una plumbea piece immaginaria, supportata da una musica caliginosa ed evocativa dalla valenza cinematografica, quasi fosse la colonna sonora di un film che non c’è.

In continuo divenire, suggestivo ed incalzante, l’album oscilla ondivago tra aperture che flirtano con schegge di doom in stile Pallbearer ed inattese oasi di languida dolcezza, danzando coraggioso fra la cerebralità della contemporanea e gli angoli più bui del mare magnum del rock: se la spigolosa trama à la Don Caballero dell’opener “Omicidio e fuga” è scossa da un’urgente veemenza fino al rallentamento conclusivo contrappuntato dagli archi, “Liquidi e spigoli” caracolla sorniona e mutevole su tessiture cangianti che la rendono inafferrabile, mentre “Don’t mess with me, Renato” sprofonda in un turbinio di feedback prossimo alle contorsioni cervellotiche dei Disappears.

Il canto agevola talora armonie più convenzionali, altrove rimane invece nascosto tra pesanti strati di distorsioni ad assecondare divagazioni oblique e complesse: emblematici i quasi otto minuti del primo singolo “Tone le Rec”, visionario compendio di arte varia che accoglie tra le sue spire una riflessività cupa ed introversa, segnata da un passo marziale, screziata da figure ripetitive della chitarra, stravolta dall’incedere tellurico del basso.

Tra echi di post-rock di prima generazione, vestigia di Ronin, Saint Lawrence Verge e vonneumann (per restare chez nous) e pulsioni che lambiscono con scioltezza territori di confine solo in apparenza distanti, “Cargo cult” allestisce un pastiche fragoroso e ragionato arduo da catalogare, classificare, delimitare.

Fulgido esempio è la plumbea cadenza à la For Carnation della title-track, che arranca catatonica su un recitativo baritonale, si placa in vocalizzi corali post-ambient, si tuffa in un congesto ingorgo, sublimato a sua volta dal crescendo emozionale stipato a forza nei tre strabordanti minuti dell’epilogo “Cargo cult coda”. Ma è nei dieci minuti di “Die anderen” che i quattro sciorinano l’intero campionario di trucchi di cui dispongono: brano elaborato, esitante e trattenuto, cambia pelle in una raggelante nenia demoniaca à la Goblin, condensata in un maestoso, marziale finale titanico. Somiglia ad una suite, ma è solo l’ennesimo studiato gioco di specchi, suggello magistrale ad un lavoro che si presta a numerosi livelli di lettura: aperto ad ogni interpretazione, indica un percorso del tutto personale perseguito per il tramite di un linguaggio altrettanto singolare e atipico. (Manuel Maverna)