recensioni dischi
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PORTER RICKS  "Biokinetics"
   (2021 )

Faccio una premessa: per vari motivi, ho una personale ossessione per l'anno 1996, per cui quel che leggerete sarà senz'altro viziato dalle mie sensazioni viscerali. Vuoi per il cinema, vuoi per la musica, vuoi per la cronaca, vuoi per fatti miei d'infanzia, considero quell'anno il più “anni '90” degli altri. Per cui vi avverto, che oggi sarò difficilmente oggettivo e scientifico.

Del resto, ci troviamo di fronte a una ristampa che in quell'anno ha plasmato uno stile techno, che prima era in un certo modo, e invece dopo non potrà più fare a meno delle nuove coordinate imposte dai Porter Ricks. “Biokinetics”, per questo sottogenere che porta la techno in direzione ambient, è un punto di riferimento.

I 12 minuti del brano d'apertura “Port Gentil”, con i battiti inizialmente in reverse ed elaborati, e quel suono onnipresente che oggi definiremmo banalmente chillout, dimostrano chiaramente cosa intendo. La successiva “Nautical Dub”, con i suoi bassi pompati e gommosi, aggiunge un tassello a questo preciso clima da club, tanto danzereccio quanto gassoso. Quando uno non sa dire che vorrebbe ascoltare quella cosa da ballare, che però non è urlata, ma al contrario è intrippante ed avvolgente, basta far partire questa e dire: “Eh, quella roba lì!”. Un punto di riferimento.

“Biokinetics 1” apre le porte allo sperimentalismo, tra percussioni intonate e bassi ritagliati nella forma d'onda un po' più spigolosi di prima. Avanguardia techno. La pulsazione diventa elemento fondante dell'ambientazione, nella successiva “Biokinetics 2”, 8 minuti di battiti in sordina, con ancora tanti elementi ariosi e umidi che girano. Non so che diamine ho scritto (ariosi e umidi???), giuro non mi drogo. Ma come si fa a descrivere un flusso costante che non stanca mai? Sembra di correre in un corridoio d'albergo al semibuio, dove le pareti si contorcono stile “Paprika” di Satoshi Kon.

Passiamo a “Port of Call” che è più semplice da descrivere: tunz tunz! Eh sì, se cercate la techno che fa tunz tunz, dovete aspettare questo brano. Meno gommoso rispetto a “Nautical Dub”, ma di certo più ginnico, ottimo per lo spinning, sì, se volete i crampi alle cosce! Anche io che sto scrivendo seduto sul divano, non posso non muovere la testa come un tamarro. Oh yeah!

“Port of Nuba” aumenta l'elemento percussivo, sommando più battiti poliritmici. I cambiamenti nella traccia sono minimali e molto graduali, come da tradizione nel genere. Può causare stati di trance, sia questa, che “Nautical Nuba”, evoluzione del brano precedente. Ed infine, gli ultimi 12 minuti sono riservati a “Nautical Zone”, aperta da un avvolgente “pad” (così chiamiamo quei suoni statici e distesi che fanno da “fondo”; tradotto letteralmente vuol dire “cuscino”, e questo rende la morbidezza del suono). Il basso costante ci massaggia i timpani senza far male, e la sospensione mentale è totale. Echi dei Kraftwerk del “Tour De France” imperversano nell'aria.

“Biokinetics” è un manifesto d'epoca, dal cuore degli anni Novanta, e questo gradito ritorno può ispirare anche nuovi ascoltatori. (Gilberto Ongaro)