recensioni dischi
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ISIK KURAL  "In february"
   (2022 )

Trasparente come uno spirito gentile, impalpabile ed etereo, inafferrabile nella sua insistita, ricercata inconsistenza, “In february” č il secondo album di Isik Kural, poliedrico artista originario di Istanbul, prima studente a Miami, quindi trasferitosi a New York, infine stabilmente domiciliato a Glasgow.

Sospeso tra neoclassica (“Pineapples and lime”), contemporanea (le atmosfere ŕ la Lucrecia Dalt di “Yeniden”), field recordings (“Hopefullyhopefully”) e glitch (“Simdi iki”), ma fascinosamente ibridato con una stilla di soffuso cantautorato intimista lontanamente debitore dei primi Red House Painters, l’album inanella tredici brevi tracce per trenta minuti di una musica senza confini, soffice e ovattata, interamente costruita su esili accenni melodici in loop, attraversata dal canto confidenziale di Isik o da quello flautato di Spefy (Stephanie Roxanne Ward, anche co-autrice di alcune tracce).

Suggestivo ed evocativo, quasi fosse il sottofondo per un film che non c’č, impossibile da scindere in parti, č una prelibatezza per palati fini che va assaporata lasciandosi trasportare dal flusso ininterrotto di note in cascata, dai minuscoli contrappunti, dai brevi testi cuciti su armonie preziose e tremanti.

Poco importa che equivalga a dimenticare o ricordare, a sorridere o piangere: cedere al sentimentalismo radicato nella sottile malěa di “In february” č forse la sola chiave per penetrare un disco che possiede la tenue bellezza ed il pallore diafano di un acquerello, compendio di poesia minimalista adagiata su un vellutato tappeto elettroacustico, florilegio di tessiture tanto varie quanto celate alla vista.

Tra inglese, turco (“Sevdiklerine”), francese (“Berceuse”) e strumentali ben lontani dal fingersi intermezzi (“Lo si aspetta”, “Che si aspetta”), dall’apertura carezzevole di “Pillow of a thought” al dimesso commiato di “Film festival” l’album svela con inusitata grazie la sua incantevole filigrana fatta di ricami ed arabeschi, una magia ricca di fascino che illusione non č. (Manuel Maverna)