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ORIANA CIVILE  "Storii - Tra il serio e il faceto"
   (2022 )

Suoni Indelebili è un editore immerso nella ricerca etnografica, segue la scia dell'etnomusicologia plasmata da figure come quella di Diego Carpitella. In questo contesto, scopriamo la sua uscita “Storii – Tra il serio e il faceto” di Oriana Civile. Cantautrice che, pur proponendo canzoni originali, si inscrive nel solco della tradizione del cantastorie, l'aedo che si accompagna con uno strumento, facendosi voce del popolo. Nello specifico, del popolo siciliano, cantando in dialetto.

Le storii che Civile racconta si alternano tra il serio e il faceto: alcune sono di fantasia e intrise d'ironia; altre ricordano drammatiche storie reali, che fanno riflettere. Altre infine, ironizzano sulla realtà, o meglio, sui pensieri che la realtà stimola: paure, pregiudizi, ingenuità e ignoranza, ma anche astuzia. La voce è sostenuta dalla chitarra acustica, incalzando spesso ritmi di marcetta.

Per cominciare, Oriana parte da sé, con parole scritte da Pippo Mancuso, perché è difficile raccontarsi da soli: gli occhi esterni la ritraggono come un “cavaddo pazzo”, capace di far “scinnere a Cristu di nt'a cruci”. Come una filastrocca infantile, “Punti di vista” racconta le reazioni dei siciliani, all'arrivo di cinquanta giovani migranti a Castell'Umberto (Messina). Scrivo dal Veneto, e fa strano che le frasi che girano, siano più o meno le stesse nostre: “Ma chi vonno chisti cà, hanno a rubbaru 'a tranquillità, si ni robbono puru i mugghieri, semo spacciati cu 'sti furisteri”. La voce di Oriana si fa... orazione Civile, dicendo che questi cristiani, in pratica aspettano l'autorizzazione ad essere vivi: “Talìano [guardano] 'n facci a lu crucifisso, domannandoci u pirmissu”.

Passiamo a questioni più gravi: si dice arancine o arancini? A Palermo e Trapani, la celebre palla di riso impanato è femmina; a Messina è maschio, e ognuno reclama la paternità del genere corretto. In “'A risurvemmu”, Civile fa fidanzare un arancino e un'arancina (“Vi vulemu fare ziti”), arrivando alla conclusione che è giusto convivano entrambi i generi, nel nome della ricchezza della diversità.

Ora si entra nel folklore vero e proprio. “Uncia e sduncia” racconta una storia sulla quale si basa il proverbio “Uncia e sduncia, sempri carcirata a Lonci resti» (Gonfia e sgonfia, resti sempre carcerata a Longi). “Lady Gaga nun nni caca” descrive la situazione regionale, che nonostante sia meta di altri personaggi famosi, la famosa popstar Germanotta, alias Lady Gaga, non si è mai fatta viva, nonostante le sue note origini sicule. Secondo Civile, non può venire lì con tutta la sua corte, in una realtà abbastanza sdirrupata (impervia, scoscesa, ma anche sconnessa).

Le successive tre canzoni portano tre bizzarri cognomi: “Sabbaturani Annaca-pucceddi”, “Galatisi Zzappulìa-sardeddi” e “Ficarrisi 'Nfurna-cannili”. Questi cognomi sono conditi dalle 'ngiurie, di verghiana memoria, cioè quei soprannomi che caratterizzano una persona o una famiglia, a volte descrivendone al contrario (ad esempio, i Malavoglia erano una famiglia operosa, e nel celebre romanzo, La Longa era una donna bassa). La prima racconta di un furbo espediente per gabbare un daziere, la seconda invece di uno che si convince di seminare il pesce per fare l'albero di pesci, “come a Pinocchiu li moneti d'oro”. La terza è recitata, come più avanti “U boi e u sciccareddu”, sul bue che dà del cornuto all'asino.

Accanto a questi divertenti racconti, la serietà arriva con “Attilio manca” e “Claudio e Luciano”. La prima è dedicata ad Attilio Manca, il cui cognome diventa sagacemente verbo, per sottolinearne la mancanza. Urologo trovato morto nel 2004, calunniato come drogato; il suo è uno dei troppi casi che gettano ombre sul rapporto Stato – mafia: sintetizza Civile, che la verità “è u' malaffare”. “Claudio e Luciano” invece sono i Traina, fratelli agenti; il primo è morto facendo la scorta a Borsellino, il 19 luglio '92. Il secondo è ancora vivo, ma la sua storia è assurda: viene inviato nel '96, con la squadra che arresterà il colpevole della morte di suo fratello. L'avevano inviato sperando che cedesse alla rabbia fraterna, e lo uccidesse. Invece, fa “solo” il suo dovere, e lo consegna alla giustizia, così quello diventa collaboratore, rivelando cose scomode. Allora il questore lo punisce (per aver fatto il suo lavoro) allontanandolo in Sardegna. Come al solito, chi si comporta bene viene punito, e chi depista viene premiato (il questore diventa commendatore dell'eccetera eccetera).

“'Na nuci” racconta una vicenda personale dei nonni, alleggerendo il morale, e “Unni sinni” elogia la solitudine. Nonostante lo scoglio semantico, in certi punti arduo per chi non è siciliano, quel che appare chiaro è l'identità di una cantautrice che, tra dramma ed ironia, mantiene viva la funzione tradizionale della cantastorie, rinverdendola. (Gilberto Ongaro)