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''Prima ancora di interpretare, la voce accompagna il senso, lo attraversa e lo vuole restituire così com’è...''

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17/02/2026   MIACARACAROLINA
  ''Prima ancora di interpretare, la voce accompagna il senso, lo attraversa e lo vuole restituire così com’è...''

Esordire con un album significa spesso definire un perimetro. In “Tra parentesi”, miacaracarolina sceglie di farlo partendo da sé stessa, intrecciando autobiografia, ricerca vocale e scrittura cantautorale. Il disco raccoglie materiali accumulati nel tempo: memorie, relazioni, tensioni interiori, passaggi di crescita. Non c’è enfasi narrativa, ma un lavoro di sottrazione che rende ogni brano un frammento necessario. Carolina Lidia Facchi arriva a questo debutto dopo un percorso articolato: dalla formazione accademica nei Conservatori di Como e Ravenna alle esperienze in ambito lirico e cameristico, fino alla ricerca sulla vocalità queer e alla fondazione di La Salvavoce, progetto dedicato alla voce in transizione di genere. Questa stratificazione emerge anche nel disco, dove la competenza tecnica non diventa mai esibizione, ma resta al servizio del racconto. La voce è trattata come strumento narrativo ed emotivo, capace di muoversi tra controllo e vulnerabilità. La genesi dell’album in Friuli Venezia Giulia assume un valore preciso. Lontano dalla pressione produttiva dei centri più frenetici, il lavoro trova un ritmo diverso, più coerente con l’idea di parentesi evocata dal titolo: uno spazio delimitato in cui elaborare e comprendere. L’affidamento dei brani a Francesco Imbriaco e Leonardo Duriavig risponde alla stessa logica di fiducia e prossimità. La produzione sostiene la scrittura senza sovraccaricarla, preservando l’equilibrio tra intimità e apertura.

La tua ricerca sulla voce come strumento narrativo ed emotivo attraversa tutto il progetto. In che modo la voce, in tra parentesi, diventa racconto prima ancora che interpretazione? ''La voce, in ''Tra parentesi'', è lo strumento stesso del racconto. Ho cercato di lasciarla libera di rappresentare le mie idee, di esplorarne le sfumature e di usarla in modo sincero, proprio perché è legata a ciò che viene raccontato. Prima ancora di interpretare, la voce accompagna il senso, lo attraversa e lo vuole restituire così com’è, senza filtri''.

Il lavoro visivo, affidato a Mattia Garbarini e Valentina Frigo, nasce da materiali semplici e manuali. Che relazione vedi tra questa scelta e l’urgenza espressiva del disco? ''Il lavoro visivo è nato insieme al disco, a partire dal primo singolo, ''Miele''. Ho chiesto a Mattia Garbarini di rappresentare su tela pensieri variopinti che si attorcigliano e si accavallano, proprio come accadeva nella scrittura delle canzoni. ''Ci pensa la vita'' e ''Maledetto imbecille'' hanno seguito la stessa direzione, mantenendo una dimensione manuale e immediata, in continuità con l’urgenza espressiva del progetto''.

L’ultima immagine del progetto mostra soltanto due parentesi, senza altri elementi. Cosa rappresenta, per te, questo ritorno all’essenzialità? ''Più che un ritorno all’essenzialità, per me è un ritorno all’ordine. Tutte le pennellate presenti nell’ultima copertina sono elementi che erano già comparsi nelle immagini precedenti, in colori o posizioni diverse. Questo disco, per me, è stato terapeutico. I primi tre singoli hanno rappresentato la necessità di buttare tutto su un tavolo per osservarlo meglio, capire cosa tenere, cosa lasciare andare e cosa, invece, restaurare e ridipingere''.

Il tuo percorso artistico si muove tra musica antica, elettronica e cantautorato. Come convivono queste traiettorie dentro ''Tra parentesi'', anche quando non sono immediatamente visibili? ''Credo che ''Tra parentesi'' sia un rimescolamento di tutta la musica che ho ascoltato e assimilato fino ad ora, che a un certo punto è straripata per rispondere a una necessità espressiva soprattutto emotiva. Siamo inevitabilmente ciò che ascoltiamo e ciò che cantiamo, e in questo senso la mia formazione continua ad affiorare prima di tutto nella vocalità. Un altro elemento è il rapporto con la melodia, che nei miei brani emerge sempre per prima, quasi naturalmente. I ritornelli sono aperti, cantabili, e rimandano a un immaginario vicino al teatro d’opera o al musical, non per scelta razionale ma come risultato di tanta musica ascoltata e cantata che si è rimescolata dentro di me. Questo percorso oggi mi sta permettendo di esplorare un’autenticità più sporca, dopo una vita passata a inseguire la precisione tecnica, e di rivalutare l’errore anche in contesti in cui non è ammesso''.

Questo disco arriva dopo anni di studio, ricerca e impegno anche sul piano culturale e politico della voce. Che tipo di ascolto speri possa generare, oggi, tra parentesi in chi lo incontra? ''Spero che chi ascolta possa entrare in empatia con ciò che racconto. Mi rende sempre molto felice quando qualcuno mi dice che una mia canzone è stata una colonna sonora importante della propria vita, anche in contesti lontani da quelli che stavo raccontando io. La musica, per me, è stata spesso un modo per colmare vuoti e solitudini, e spero che la mia possa fare lo stesso per chi la incontra''.