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03/03/2026
03/03/2026 ALESSANDRO CEREA
''Le parole sono sempre state per me una grande sfida, rappresentano un po’ lo scontro con la realtà...''
Nobili, datati come dice lui… preziosi nel loro restare eterni. I riferimenti di Alessandro Cerea sono quelli che hanno scritto a fuoco la storia, da Rino Gaetano a Faber… e si sentono tutti dentro questo esordio dal titolo “Dirupi”: un affresco dalle soluzioni spesso digitali ma dai modi barocchi, con questa voce che non cerca il pop piuttosto la letteratura. Alla produzione artistica c’è Giuliano Dottori e di sicuro, dunque, possiamo e (anzi) dobbiamo attenderci la cura di un dettaglio che non cerca il futuro quanto invece l’uomo… che infatti è il centro estetico e narrativo di questo disco. A mio modo di vedere la cosa…
Dai Baustelle a Mario Castelnuovo… riferimenti e direzioni per meglio orientarci? ''Devo dire che i riferimenti che mi hanno guidato nella scrittura e produzione dell’album sono, a parte Iosonouncane, piuttosto datati: Paolo Conte, Fabrizio De andrè, Rino Gaetano.. che sono poi gli ascolti che mi accompagnano nella quotidianità. Sono sicuramente delle reference ingombranti, devo infatti ringraziare il produttore, Giuliano Dottori, per avermi aiutato a “liberarmene” in un certo senso''.
Che poi cerchiamo sempre di dare etichette quando parliamo di musica. E se ti chiedessi invece una cosa che per davvero senti soltanto tua? ''In realtà sento molto mio un po’ tutto il contenuto dell’album, dalla scrittura alla produzione. Forse in particolare, rispetto al passato, sento di esser riuscito a trovare un mio linguaggio nell’interpretazione vocale, perché sento di non far più riferimento a stili di altri cantanti ma di essere soltanto io''.
Perché l’uso dell’elettronica? Perché in questo modo? Perché non tornare completamente all’acustico? ''Perché l’elettronica ha sempre fatto parte della mia esperienza musicale e attraverso di essa ho cercato di dire delle cose precise: ad esempio nel brano “Fratello sacrificale”, dove il senso di alienazione di cui il testo è pregno non poteva essere sottolineato meglio che da un freddo arpeggiatore''.
Come nel finale sento spesso l’uso di strumenti digitali come fossero giochi o come mezzi per “alleggerire” un poco la fruizione di un disco assai esigente dal punto di vista lirico. Che ne pensi? ''Penso che l’elettronica giochi qua e là anche questo ruolo. Del resto tutto il lavoro “formale” di arrangiamento e scelta dei suoni è stato fatto (com’è normale che sia) nella direzione di dare un equilibrio, delle proporzioni e una buona fruibilità a tutto il lavoro''.
E con le parole? Che tipo di lavoro hai voluto fare e che tipo di risultato pensi di aver raggiunto? ''Le parole sono sempre state per me una grande sfida: laddove con la musica mi sento totalmente libero e divertito, le parole rappresentano un po’ lo scontro con la realtà: allora devo concentrarmi e scrivere dapprima in una dimensione avulsa dalla musica, senza pensare alla metrica, agli accenti, alla musicalità. In un secondo momento mi trovo ad adattare quanto scritto alle melodie. In questo disco, nello specifico, ho cercato di fare un lavoro onesto, di comunicare sempre qualcosa di chiaro e specifico almeno per me. Spero di esserci riuscito''.