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19/04/2026
19/04/2026 LUCA FALOMI
''Creare momenti diversi, per andare a evocare suggestioni differenti e tenere viva la concentrazione dell’ascoltatore...''
Ciao a benvenuti. Ascoltando “Canti a Lucendiluna” si percepisce subito un suono molto caldo e avvolgente: come avete lavorato per trovare questo equilibrio tra voci, chitarre e atmosfere? ''Ciao a tutti. Credo che il sound generale dell’album si sia generato in un certo senso “da solo” ed è stato affinato grazie alle sessioni di prova e ai concerti fatti insieme in questi anni, prima di entrare in studio. Nella storia della musica (specialmente quella antica) si sono viste formazioni simili con ensemble corali, voci soliste e strumenti vari di accompagnamento. L’operazione che abbiamo fatto, in questo caso, è stata lavorare sui brani di Stephane e quindi avere sempre un focus sulla sua voce, arrangiare le parti corali in modo da far emergere le peculiarità e il bellissimo suono dell’ensemble Armoniosoincanto e andare a rifinire il tutto con chitarre, percussioni e un lavoro moderato di effettistica e sound design, il tutto in modo non invasivo rispetto alle composizioni''.
Nel complesso del lavoro, quanto c’è di scrittura e quanto invece di istinto e interplay tra gli artisti coinvolti? ''C’è molta scrittura, non poteva essere diversamente, per via del fatto che un ensemble, che sia un’orchestra di archi o un coro, ha bisogno di arrangiamenti precisi e strutture dettagliate. Al tempo stesso su queste strutture ci siamo mossi in modo creativo. Personalmente ho creato arrangiamenti che si sono espressi in intrecci di chitarre, linee di basso e anche groove di percussioni dove c’era bisogno di una spinta maggiore, lavorando in studio come si faceva una volta, ascoltando e proponendo soluzioni che nella mia testa potevano suonare bene. Ci sono anche dei miei assoli completamente improvvisati in modo jazzistico (il mio mondo di provenienza) ma con una idea melodica costante, cercando sempre di contestualizzare il messaggio che esprimo con lo strumento all’interno della composizione. Anche l’approccio vocale di Stephane in un certo senso era jazzistico: amava improvvisare e tentare nuove soluzioni nel modo di cantare i brani. Si lasciava andare e non aveva paura di osare''.
Si sente forte la radice corsa, ma anche tante sfumature diverse: quali sono state le influenze sonore più importanti che hanno guidato il progetto? ''La polifonia corsa è stata il mondo musicale in cui Stephane è nato e cresciuto artisticamente, anche se con un orecchio sempre proteso verso il resto del mondo. Stephane era un grande ascoltatore di generi musicali molto differenti. Aveva davvero ottimi gusti e inoltre suonava vari strumenti ed era una persona con un talento musicale incredibile: istintivo, imprevedibile e poetico. Nella sua carriera è riuscito a fondere le sonorità e la lingua dell sua terra con molti idiomi differenti e provenienti dal resto del mondo. Questo progetto in un certo senso rappresenta la summa di questo percorso. Brani originali in corso, musiche evocative ricche di suggestioni etniche mia banali armonicamente, una corale che si esprime solitamente in contesti classici e che in questa occasione non viene snaturata ma anzi fatta esprimere nel suo modo grazie ad arrangiamenti vocali moderni ma rispettosi scritti da Erik Bosio, un’ospite internazionale (Rosela Libertad) che porta dall’Argentina le sue sonorità e la mia visione che qui si è espressa non solo chitarristicamente ma anche con arrangiamenti che proiettassero il progetto in un mondo originale. Questi sono gli ingredienti di ciò che abbiamo fatto insieme''.
Le chitarre hanno un ruolo molto ricco, quasi narrativo: che tipo di suono cercavate e come avete lavorato sugli arrangiamenti per ottenerlo? ''Stephane si accompagnava molto bene con la chitarra e negli anni avevamo sviluppato un bel modo di suonare insieme. Lui si occupava delle parti ritmiche e io sviluppavo delle linee melodiche o armonizzazioni che dessero varietà alle linee vocali e anche una idea di arrangiamento ai brani. Solitamente utilizzavo la chitarra classica e la 12 corde suonata in modo simile alla mandola per creare un effetto etnico. In studio ho pensato di espandere il concetto e utilizzare anche la chitarra elettrica in modo molto particolare, quasi come un synth, con una catena di effetti particolarmente ricercata, in modo da creare textures originali e ricercate. Ho creato una sorta di impalcatura tra chitarre, percussioni e basso, sulla quale ho poi ricamato liberamente, mettendo la mia “voce” con le corde della chitarra''.
Nel disco si passa da momenti molto intimi ad altri più corali e intensi: è stato un percorso pensato fin dall’inizio o si è sviluppato strada facendo in studio? ''In tutti i progetti, discografici e live, credo che sia una buona norma creare momenti diversi, per andare a evocare suggestioni differenti e tenere viva la concentrazione dell’ascoltatore. In fondo ascoltare un album o un concerto live, è una performance che si fa insieme all’ascoltatore. Il tutto parte dalla selezione dei brani, in questo caso molto coerente e che alterna ballad, momenti molto concitati e ritmici e digressioni assolutamente intime. Abbiamo seguito il mood di ogni brano, lasciando spazio dove era necessario e riempiendo dove ne sentivamo la necessità, sempre in modo rispettoso e discreto. Abbiamo realizzato tutto ciò in studio e passo dopo passo le cose funzionavano. È stata una grande soddisfazione''.
Per concludere: due parole per ricordare la figura di Stephane, come artista e come uomo... ''Stephane era una persona di rara sensibilità e apertura mentale. Aveva un animo poetico e la rara capacità di ascoltare, notare dettagli invisibili agli altri e tradurre tutto ciò che viveva e vedeva in musica. Una musica meravigliosa che veniva da un talento straordinario che esprimeva sia nella sua lingua (il corso) che in tutti gli altri idiomi in cui ho avuto la fortuna di sentirlo cantare, compreso l’italiano. Una grande perdita per il mondo della musica e per noi, come amico e collaboratore. Canti a Lucendiluna credo sia il ricordo più bello che potesse lasciarci della sua opera artistica''.