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news - rassegna stampa

03/10/2013   ERIC CLAPTON
  La sua 'Tears in heaven' viene eletta 'canzone più triste di sempre'...

Il magazine americano Rolling Stone ha svelato quali sono le dieci canzoni più tristi di sempre, scelte tramite un sondaggio tra i lettori del giornale. Al 10° posto Hank Williams - ''I’m So Lonesome I Could Cry'' (1949): scritta dopo il fallimento del matrimonio con la moglie Audrey Sheppard, rappresenta l’essenza stessa del dolore per la fine di un amore, un capolavoro di tristezza assoluta. Negli anni anche Johnny Cash e Elvis Presley ne fecero cover, riportandola ogni volta al successo. Al 9° posto Alice In Chains - ''Nutshell'' (1994): una ballad inusuale per la band grunge, che acquistò un significato tragico e profondo dopo la morte del leader Layne Staley. Non fu mai promossa come singolo, ma è a tutt’oggi uno dei loro brani più conosciuti. All'8° posto John Prine - ''Sam Stone'' (1971): la storia di un veterano di guerra eroinomane è decisamente una botta emotiva non da poco... Poco conosciuto da noi, John Prine è considerato un importante precursore di molta scrittura americana dopo gli anni Settanta, soprattutto nell’ambito del folk di matrice country. Al 7° posto Pearl Jam - ''Black'' (1991): la storia di un amore finito e tristissimo strappa il cuore ogni santa volta ormai da più di vent’anni. Esordio delle parole di Eddie Vedder in un brano dei Pearl Jam, allora ancora Mookie Blaylock, nei concerti non manca quasi mai, ed è costume tra i fan urlare al cielo la frase finale: “so che un giorno avrai una vita bellissima/e sarai una stella nel cielo di qualcuno|ma perché non può essere il mio?”. Lacrime assicurate. 6° posto per George Jones - ''He Stopped Loving Her Today'' (1980): tristissima, cantata da quella che è stata definita la migliore voce della musica country americana di sempre, racconta la storia di un amore impossibile che porta alla morte. George Jones è scomparso quest’anno ad Aprile e questa è stata cantata al suo funerale. 5° posto per i Nirvana - ''Something In The Way'' (1991): e poteva mancare Kurt Cobain? Eh no! Il racconto del periodo passato dal cantante dei Nirvana sotto i ponti di Aberdeen chiude il loro disco più famoso, ''Nevermind'', con una voce cruda e tristissima, registrata in presa diretta e totalmente da solo prima dell’aggiunta dell’arrangiamento. Le frattaglie tremeranno all’ascolto della versione del celeberrimo ''Unplugged''. Al 4° posto Harry Chapin - ''Cat’s In The Cradle'' (1974): una storia famigliare di relazione impossibile tra un padre e un figlio nel corso degli anni, ispirata dall’infanzia della moglie di Harry Chapin e resa ancora più triste dalla successiva realtà dei fatti: il cantautore americano morì in un incidente stradale senza riuscire a veder crescere il proprio figlio. Palate di tristezza in ogni dove. 3° gradino per i R.E.M. - ''Everybody Hurts'' (1993): non c’è bisogno di spiegazioni. Lasciate giù i fazzoletti e riempite una bacinella di pianto. 2° posto per i Nine Inch Nails - ''Hurt'' (1994): lo strepitoso pezzo sulla storia di droga e solitudine di Trent Reznor ha raggiunto la fama successiva grazie alla cover per voce e chitarra di Johnny Cash, ma resta uno dei brani più dolorosi da ascoltare in qualunque versione (tranne quelle pop. Siamo integralisti, qui). Ed il 1° posto assoluto va quindi a Eric Clapton - ''Tears in Heaven'' (1994): la canzone dedicata al figlio Conor, morto dopo un volo dal 53esimo piano di un grattacielo di New York nel 1991, fu scritta come tributo e suonata dal vivo nell’immortale performance dell’''Unplugged'', a breve rieditato. Clapton la canta con un filo di voce e un dolore infinito. (Soundsblog)