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27/03/2020   BOB DYLAN
  Esce ''Murder Most Foul'', la sua prima canzone originale in otto anni: l'approfondimento di Samuele Conficoni

La prima canzone originale di Bob Dylan in otto anni, “Murder Most Foul”, è un inno alla vita anche se parla di morte. Il mondo ferito – proprio come lo è oggi – prova in qualche modo a rialzarsi. Si aggrappa all’arte, cerca la verità, prova a scuotersi e a rimettersi in piedi. Sta calando la notte come calò nel giorno in cui Kennedy venne ucciso – Dylan lo chiama “the king”, quasi come se parlasse di Elvis, quell’Elvis che è un altro dei (tanti) suoi miti – in uno dei giorni più bui della storia degli Stati Uniti. Ma, nonostante tutto, nel dramma c’è vita. E Dylan, che non fa mai nulla per caso, deve volerci comunicare qualcosa pubblicando proprio adesso un brano sull’assassinio di Kennedy di addirittura diciassette minuti. Nell’incredibile situazione che il mondo sta vivendo, tra scenari che forse solo il Don DeLillo di White Noise e di Underworld aveva profetizzato, ci sono alcune certezze che non crollano mai. Una di queste è che Dylan sa ancora scrivere. E scrive ancora benissimo. Un’altra è il fascino per la figura di Kennedy da parte di Dylan, che, a stare a sentire il biografo Robert Shelton, qualche tempo dopo l’assassinio andò con un amico alla Dealey Plaza di Dallas e “started acting like a detective” per cercare di capire se Oswald avesse agito da solo.

Come in tantissime canzoni di Dylan, che parla in termini sempre più ambigui, in un linguaggio che unisce il blues e le Sacre Scritture, l’Apocalisse è vicina. Un pianoforte caldissimo, un violino, una batteria composta quasi solo da spazzole e un cantato che è più corretto definire un parlato sono gli elementi che costruiscono il pezzo. Che, pur muovendosi nell’oscurità, cerca di rassicurare anziché spaventare. Il cantautore, di solito schivo e misterioso, ha deciso di accompagnare la pubblicazione del brano con un breve post firmato da lui stesso sui propri canali social nel quale ringrazia i fan per il loro supporto e afferma che il brano è stato registrato “a while back”. “Stay safe, stay observant and may God be with you”, dice chiudendo il messaggio. Non possiamo che seguire le sue indicazioni e sperare con lui.

“The day they blew out the brains of the king / thousands were watching; no one saw a thing”, canta Dylan con sdegno. Il suo tono è contrariato ma al tempo stesso pacificato. Sa che per chi ha commesso un crimine tale la punizione divina è sicura. La voce di Dylan è roca ma non come qualche anno fa, cosa che fa pensare che il brano possa essere stato registrato in tempi relativamente recenti. Ci sono riferimenti ai Beatles – l’ultimo album di inediti di Dylan, Tempest, si chiudeva con una canzone dedicata a John Lennon –, agli Eagles, a Woodstock, a Keaton, a Marilyn, in un compendio di storia dei Sixties che ben pochi professori potrebbero essere in grado di illustrare con la stessa passione.

Con i suoi quasi diciassette minuti (16:56, per la precisione), “Murder Most Foul” è la canzone più lunga della carriera di Dylan, più lunga di “Tempest” e più lunga (di poco) di “Highlands”. Il titolo è un chiaro riferimento all’Amleto di Shakespeare: si tratta di una battuta che il fantasma rivolge al principe nell’Atto Primo e che si può tradurre come “l’assassinio più orribile”. Il riferimento va a quel maledetto 22 novembre ‘63. La frase compare quattro volte nel testo, ed è anche l’ultima battuta che Dylan sussurra.

Tentare di venire a capo di uno degli episodi più drammatici e oscuri della storia degli Stati Uniti non è certo lo scopo di Dylan, il quale, anzi, nel celebrare il Presidente Kennedy cerca principalmente di raccontare l’impatto che la tragedia ha avuto nella cultura popolare, come già aveva fatto, ormai otto anni fa, con la canzone “Tempest”, scritta pensando al dramma del Titanic. Lì storia, sogno e film si intrecciavano. Dylan lasciava sullo sfondo la vicenda strettamente storica, che tutti conoscono, per riscrivere invece la storia nella (e della) sua mente. Anche in questo nuovo brano a tratti la cronaca affiora, ma l’immaginazione ha la meglio. A un certo punto Dylan fa parlare Kennedy in prima persona mentre sta morendo. “I’m leaning to the left, I got my head in her leap”, canta Dylan dal punto di vista del Presidente che sta per andarsene, avvinghiato alla moglie Jackie.

Pur tenendo presenti più di quanto fa in “Tempest” gli elementi reali, Dylan prova a spostare da subito il focus dal singolo evento alla storia degli Anni Sessanta. Stanno arrivando i Beatles, canta, riferendosi al fatto che i Fab Four sarebbero sbarcati in USA qualche mese dopo, nel giugno ‘64. Sto andando a Woodstock, continua, è l’Età dell’Acquario. Un finestrino si abbassa. “Let the good times roll, / there’s a party going on behind the Grassy Knoll”, canta ancora, descrivendo in un distico solo quel misto di sangue e di pace che furono i Sixties. L’analisi si estende per quasi diciassette minuti. La voce di Dylan non cambia. Più che cantare parla, come fa da oltre due decenni. Non sembra mai perdere quel filo di speranza che lo fa sentire forte delle sue convinzioni, certo che alla fine dei tempi i giusti e gli infami saranno ripagati in base ai loro comportamenti terreni.

I riferimenti continuano fitti e complessi, una vera enciclopedia degli Stati Uniti dei Sixties, un perfetto equilibrio tra dato storico e sogno, e siamo a un passo dal baratro e a un passo dal paradiso. Dylan vuole che la sua musica sia sempre tale, ispirata com’è da influssi sia angelici sia demoniaci. “What is the truth, and where did it go?”, canta Dylan col tono di chi implora in ginocchio. In alcuni momenti ritorna con forza la cronaca, benché sempre intrecciata alla fantasia dell’autore, una fantasia che a volte sembra più reale della stessa realtà. “The day that they killed him, someone said to me”, canta Dylan, “‘Son, / the age of the Antichrist has only begun’. / Air Force One coming in through the gate / Johnson sworn in at 2:38”.

Si arriva lentamente al finale. In un lunghissimo elenco Dylan nomina una serie di musicisti, di canzoni, di attori. Nomina il brano “St. James Infirmary”, che gli aveva ispirato “Blind Willie McTell” quasi quarant’anni fa. Ci sono Marilyn Monroe, Buster Keaton, Etta James, John Lee Hooker, Don Henley. Ci sono Thelonious Monk, Charley Parker, Stevie Nicks, Nat King Cole. Ci sono “Don’t Let Me Be Misunderstood”, Jelly Roll Morton, la sonata “Moonlight” in Fa Diesis e molti altri numi tutelari di Dylan, artisti o canzoni simbolo di un mondo che sembra lontano e ormai irraggiungibile, tutti immersi in un’atmosfera di morte e di lutto. E così anche la voce di Dylan, come questi nomi, scompare nel buio, ma è un buio che profuma sorprendentemente di vita. (Samuele Conficoni)