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20/10/2026
NICK CAVE & THE BAD SEEDS
In omaggio a Enrico Silvestrin, il nostro Gianmario Mattacheo realizza la Tier List delle... sue copertine

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20/10/2026   NICK CAVE & THE BAD SEEDS
  In omaggio a Enrico Silvestrin, il nostro Gianmario Mattacheo realizza la Tier List delle... sue copertine

Questa potrebbe essere una Tier List della futura Tier List della discografia di Nick Cave and The Bad Seeds. Una classifica che si dimentica volutamente della musica per concentrarsi sulle copertine degli album; un mezzo per entrare nell’arte dell’australiano attraverso le immagini che, come molti, considero parte integrante dell’opera.

Beh, nella fattispecie quelle di Nick Cave non sono, nella maggioranza, straordinarie, sicuramente inferiori alla qualità dell’album che rappresentano e, almeno in alcuni casi, pigre.

Ma andiamo con un po’ di ordine, partendo dagli esordi con i Bad Seeds.

Nella prima parte della carriera, la produzione mira a mettere in primo piano la faccia di Nick Cave, optando per immagini del leader in primo piano, attraverso fotogrammi comunque non memorabili.

Addirittura i primi 5 album seguono questo indirizzo, con immagini che fanno riferimento al solo ex Birthday Party. Più in là negli anni il faccione dell’australiano ricomparirà altre volte in primo piano, ma iniziando ad alternare la scelta artistica e di marketing. A conti fatti, su 18 pubblicazioni, almeno una decina scelgono la linea di immortalare il protagonista.

Più nello specifico, possiamo dire che il primo piano dell’esordio è una foto in cui il leader dei Bad Seeds sembra comunicarci qualcosa, ma con “The firstborn is dead”, “Kicking against the pricks” e “Tender prey” siamo decisamente sul banale, mentre per “Your funeral my trial” direi che torniamo sullo stesso campo di gioco di “From her to eternity”, ovvero di un “qualcosa” dietro un fotogramma, senza per questo avvicinarci all’eccellenza.

Copertine azzeccate in cui compare Cave (ma non in primo piano) sono quelle di “The good son” (attorniato da bambine che lo guardano suonare il piano) e la più recente “Push the sky away”, in cui si vede una scenetta tra l’ex Birthday Party e la moglie, immortalata senza veli.

Due copertine che sfruttano al meglio l’immagine di Cave sono “Henry’s dream” (cartellone pubblicitario) e, soprattutto, quella di “Let love in” (foto di Polly Borland), in cui il cantante è a petto nudo, in un piano americano, come avvolto tra le fiamme. Entrambe le ho inserite nella categoria “Tutti a casa”, anche se quella di “Let love in” sarebbe di un livello ancora superiore.

L’avere inserito “Henry’s dream” al top (così ha deciso il mouse mentre compilavo) probabilmente è perché è la massima espressione della lussuria del leader, in maniera ancora più convincente dei primi piani degli anni precedenti: insomma, c’è tutta la bellezza megalomane di Cave che Anton Corbijn cattura e ci mostra con maestria.

Quella di “Murder ballads” è sicuramente una bella immagine (dipinto di Jean-Frédéric Schnyder), anche se a mio avviso totalmente slegata dal mood dell’album.

Al riguardo, ho messo in alto quelle di “Skeleton tree” e “Ghosteen” proprio per le ragioni opposte, ovvero l’essere state capaci di rappresentare la musica dell’album prima del primo ascolto.

Negli anni, come accennato, la produzione sembra progressivamente slegarsi dalla necessità di infilare dei primi piani (ormai il nome di Nick Cave è sufficiente e non ha bisogno dell’ausilio di una fotografia per vendere il prodotto). Ne sono espressione copertine come quella di “Dig Lazarus dig”, la recente “Wild god”, “Abottoir Blues/The lyre of Orpheus”, “No more shall we part”, “Ghosteen” o “Skeleton tree”. Tra queste torna il primissimo piano con la prescindibile di “Nocturama”, in linea in questo caso con l’assolutamente prescindibile album in studio.

Apriamo e chiudiamo con il faccione in primo piano di Nick Cave, ma solo per evidenziare le macro differenze tra le sopraccitate ed il primo piano di “The boatmans calls”. Questa non è una fotografia, qui siamo nella categoria arte. Non a caso la firma è quella ancora di Anton Corbijn e la differenza è tanto evidente quanto più le si confrontino.

Il viso (questa volta davvero espressivo) è un invito all’album. Ti dice chi è l’artista e l’album che andrai a sentire. È così che deve essere una copertina: un invito, e quando è fatto bene, siamo (quasi) a metà dell’opera. (Gianmario Mattacheo)