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news - rassegna stampa

17/12/2010   CAPTAIN BEEFHEART
  E' morto uno dei musicisti più importanti degli ultimi cinquant'anni

Oggi la musica rock ha perso probabilmente l’artista più influente della sua storia. Il nome di Captain Beefheart dirà poco alle masse, e costituisce un lontano ricordo, relegato in un angolo abrasivo della fine degli Anni '70, o connesso alle avventure zappiane e alla collaborazione/ dualismo con l’altrettanto seminale leader dei Mothers On Inventions. Ma l’importanza del “Capitano”, al secolo Don Van Vliet, scomparso a 69 anni, è misurabile nella capacità di sopravvivere con il suo blues sperimentale, con il suo rock che cancella la parola melodia, con le sue sperimentazioni vertiginose, a qualsiasi trend. I punk lo guardarono con rispetto, i wavers lo citarono spesso e volentieri, l’art rock di oggi gli deve ancora moltissimo, e la musica dei primi Anni '70 trova in lui l’interprete più disincantato e dissacrante. Eccezionale macchina da musica, schivo, e nello stesso tempo istrionico, padre del lo-fi e della "distorsione", sospeso tra roots music e cupo modernismo, tra il crocicchio e la suburbia, non scrisse mai una hit, ma i suoi 2 dischi più importanti, “Safe as milk” e soprattutto “Trout Mask Replica” costituiscono l’oggetto di culto di chiunque ami incondizionatamente la capacità di fare del rock qualcosa che vada al di là della musica di puro consumo. Coloro che hanno provato a organizzare la musica popolare della seconda parte del XX secolo in forma enciclopedica, mettono frequentemente i 2 dischi sopracitati in cima alle graduatorie di tutti i tempi. Piero Scaruffi, autore di una storia del rock che viene considerata non da oggi una referenza sicura, assegna il massimo voto di sempre a “Trout mask replica” (9.5), mentre “Safe as milk” si ferma a 9, appena sotto. Pere Ubu, Primus, Butthole Surfers hanno provato a seguirne la lezione, senza ottenere però gli stessi devastanti risultati. Nick Cave, nelle sue diverse incarnazioni, dalle scorribande giovanili dei Birthday Party agli attuali Grinderman, non l’ha mai perso di vista. La rilettura del blues operata dalla colonia australiana di Berlino, così come le voci più appartate dell’underground statunitense, il math rock e il noise dei Cop Shoot Cop, sono tutti attraversati da una vena beefheartiana più o meno esplicita. Appassionato di free jazz, era nato in California nel 1941. E nel Sud della California era tornato negli ultimi anni, dedicandosi con sempre maggior convinzione e concentrazione alla pittura. Praticava una forma di astrattismo e primitivismo molto interessante. Era malato di sclerosi multipla, e i suoi vecchi musicisti avevano suonato, dal 2003 al 2006, una serie di concerti il cui ricavato era stato devoluto alla ricerca contro questa terribile malattia. Da giovanissimo, Don era considerato un grande talento della scultura. Ma la famiglia non aveva voluto assecondare il suo talento artistico. Compagno di scuola di Frank Zappa, dopo aver terminato gli studi si era messo a gestire una catena di negozi. Nel 1965 formò la Magic Band. Nel 1967 il gruppo aveva preparato una serie di pezzi estremamente innovativi, ma c’era bisogno di un chitarrista di alto livello per l’incisione in studio. La scelta cadde su Ry Cooder, che si limito alle registrazioni, e poi lasciò il posto a Jeff Cotton. “Safe as milk”, in un’epoca in cui il rock era chiamato a recitare un ruolo “escapista”, giocò invece sull’esaltazione delle nevrosi della società contemporanea. Si trattava, in definitiva, del vecchio blues del delta, rivisto sulla base delle cognizioni di Charles Ives ed Edgard Varese, del jazz di Albert Ayler e Ornette Coleman, della pittura di Jackson Pollock. Ma la principale influenza di Don Van Vliet rimasero sempre Howlin Wolf, Robert Johnson e John Lee Hooker, a cui potremmo aggiungere Bo Diddley ed Eric Dolphy. Al contrario di Zappa, nei suoi lavori più importanti Captain Beefheart sviluppò un suono urticante e schizoide, imploso e claustrofobico. L’idea di pop sinfonico e progressive erano quanto mai lontane dalla sua sensibilità: anche nei pezzi più intricati, restava in definitiva un coltissimo precursore del post-punk, un drop out in grado di anticipare le cantine di New York 1978, i Lounge Lizard e i Tuxedomoon all’epoca dei Pretty Things e degli Animals. Ai tempi, se si eccettua forse gli ensemble di Zappa e i Fugs, non esistevano altri esempi di un’attitudine altrettanto radicale rispetto all’idea di musica da consumo, da singoli e dance hall. Pur in forma tutto sommato edulcorata rispetto ai suoi sviluppi immediatamente successivi, “Safe as milk” doveva suonare per i contemporanei come un oggetto alieno. “Trout mask replica” complicò due anni dopo il gioco e lo rese ancora più ispido. Una delle convenzioni più radicate in ambito di rock music è il ritmo, dettato dalla batteria. Ma Beefheart era un bluesman, e ascoltava anzitutto sé stesso. Il che dà alle sue canzoni un taglio fortemente improvvisativo, pur all'interno di una musica che mantiene una coesione e una forza primigenia, anche quando la sua articolazione poggia su di un equilibrio instabile. L’unico episodio di impianto “tradizionale” è “China pig”. E con questo vogliamo dire che almeno in questo rural blues scarnificato si arriva al grado zero del primitivismo, la chitarra e la voce, pochi accordi reiterati. Eppure anche questa traccia elementare suona geniale quanto lo scherzo di “Ella Guru”, o le asimmetrie di “Forward”, le sue accelerazioni interne, come se esistesse un terreno in cui il disincanto di Zappa, l'umore plumbeo dei Black Sabbath, la devianza lisergica di Barrett, gli intrichi poliritmici dei King Crimson si possano incontrare. Ma siamo ancora nel 1969: il “Capitano” brucia tutti, “Paranoid” quanto “21th Century Schizoid Man”, e lo fa continuando a cantare alla maniera slabbrata del talk blues di “The dust blows…” o con il timbro sfigurato di “Dachau Blues”, sfregiata dalle svisate dei fiati. Crediamo che il ricordo di “Cuordibue” possa chiudersi qui: molti altri album e collaborazioni, tutte di altissimo livello. Ma la riflessione sul ruolo disturbante che l’arte deve difendere nella società dei consumi è già pienamente esplicitata in questi due lavori. Ieri l’ultimo grande artista tout court del secolo scorso, il Francis Bacon del rock blues è evaso definitivamente dalla gabbia che non era mai riuscito a contenerlo, ma in cui aveva deciso programmaticamente di restare. (Milano Cultura)