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NICK CAVE AND THE BAD SEEDS "Live Parco BussolaDomani Lido di Camaiore LU 26-06-26"
   (2026)


THE CURE "Live Visarno Arena Firenze 14-06-26 "
   (2026)

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NICK CAVE AND THE BAD SEEDS   "Live Parco BussolaDomani Lido di Camaiore LU 26-06-26"
   (2026)

Sottotitolo: quando a una vacanza preventivata aggiungi un concerto non preventivato.

Eh già, proprio perché una vacanza senza note musicali ci risulta un po’ monca, abbiamo colto l’opportunità del concertone.

E, lo so… la testa in questi giorni è altrimenti concentrata (si legga tour dei Cure) e sta viaggiando su altri lidi, non esattamente quello di Camaiore, ma detta così parrebbe togliere dignità a un live di Nick Cave che, è bene rimarcarlo, è una di quelle esperienze da vivere almeno una volta nella vita.

Sono interessato, inoltre, nel vedere dal vivo gli Sleaford Mods, duo inglese che vanta tra i suoi fan il leader degli Stooges. Addirittura Iggy Pop si era lanciato in complimenti di una certa caratura, definendo il duo inglese ''la più grande rock band del nostro tempo''.

Ora, sperando che l’iguana non si offenda, non mi sento di fare un copia e incolla delle sue parole e, pur piacendomi questi Sleaford Mods, faccio un po’ fatica a non avere riserve per una musica prodotta da sole basi sulle quali si inserisce il cantato di Jason Williamson. Ad ogni modo, li apprezzo e non posso non essere vicino alla definizione che loro diedero di sé stessi: “"sproloqui punk-hop minimalisti elettronici per la classe operaia".

Con leggero ritardo Nick Cave entra in scena insieme agli elegantissimi Bad Seeds. In realtà è lui ad essere ancor più elegante rispetto al passato. Completo da “sposo” chiaro, con tanto di giacca, cravatta e panciotto a sfidare il caldo atroce.

Non molla sull’abbigliamento, salvo quando impreca dicendo “Too fucking hot!!!”, rimanendo comunque fedele al suo stile, senza neppure slacciarsi un bottone.

Ma c’è anche la musica da ascoltare e non solo da vedere. Un set di canzoni piuttosto identico nelle varie serate, che inizia con “Get ready for love”, buon inizio, ok, ma solo una intro se consideriamo che il pezzo successivo è quella “From her to eternity” che tira fuori il massimo dell’arte Bad Seeds, già al secondo pezzo.

Su “O children” succede qualcosa che rimane nella memoria. Dalle prime file Nick Cave fa salire sul palco un ragazzino (massimo 10 anni?) e ti chiedi se non sia un po’ studiata la cosa. Il ragazzo abbraccia Cave come fosse un parente caro, e mentre i maxischermo proiettano la scena, ogni spettatore sorride intenerito guardando i due protagonisti della scenetta.

“Train long suffering” e “Tupelo” sono ottimi estratti da “The firstborn is dead”, ma mi convincono ancora di più le canzoni del recente “Wild god” in cui la coralità dei Bad Seeds tende ad esprimersi al meglio.

Bad Seeds, dunque. Sono davvero un gruppo di maestri, capaci di scambiarsi di strumento a seconda della necessità. Così colpisce (e sicuramente non è un caso) il continuo passaggio tra Jim Sclavunos e Larry Mullins dalla batteria alle percussioni. Il primo che prende le bacchette in mano quando i “colpi” devono essere inferti più che accompagnati, mentre il secondo si occupa delle pelli nei pezzi in cui la sezione ritmica svolge il suo compito più tradizionale.

Nick Cave (visto che stavamo parlando della sezione ritmica) ricorda al pubblico che oggi è il compleanno di Colin Greenwood (“Lo abbiamo rubato ai Radiohead!”) e così parte un “Tanti auguri a te” che imbarazza non poco il bravissimo bassista.

“The mercy seat” e “Papa won’t leave you Henry” sono due pezzi che, a mio avviso, stasera si elevano sugli altri. Con la “A forest” di Nick Cave (eh sì, faccio propria fatica ad uscire dal loop) l’ascoltatore entra nelle emozioni di un uomo condannato alla sedia elettrica, mentre “Papa won’t leave you Henry” torna a essere forte e decisa, quando la versione di un anno fa in acustico ne limitava moltissimo le potenzialità.

Mi piace “Rings of saturn” (unica estratta da Skeleton tree”) e “Henry lee” (con la corista Janet Ramus a fare la parte che fu di P.J. Harvey) viene trasformata e riadattata in chiave soul/gospel.

In un concerto che pare infinito (saranno 21 le canzoni totali), arrivano gli ultimi momenti con “City of refuge”, una “The weeping song” (che ultimamente mi emoziona poco) e una “Wide lovely eyes” (Cave la definisce la preferita da sua moglie).

Poi il solo Cave torna al piano per ''Into my arms''. Molti hanno rinunciato, abbandonando la partita anzitempo. Non li biasimo ci ho pensato seriamente anche io. Poi, seppur accaldato rimango. Ho fatto bene. (TESTO E FOTO: GIANMARIO MATTACHEO)