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THE CURE "Live Parkbuhne Wuhlheide Berlino 10-07-26"
(2026)
Berlino 1/3.
L’idea di un racconto, composto da tre concerti in tre giornate consecutive, ha subìto un clamoroso cambio di prospettiva, tale da modificarne nel profondo la narrazione.
Ciò che in partenza era (e sotto certi aspetti è ancora) un report diviso in tre distinti capitoli, viene per forza di cose influenzato dai fatti che hanno colpito la band. Facciamo brevemente tornare il nastro indietro, a quel momento in cui Simon Gallup accusa un malore, quando già si trovava a Berlino.
Nel momento in cui scrivo, ci sono arrivate solo voci o illazioni circa il suo reale stato di salute e, pertanto, e (soprattutto) nel rispetto della sua persona, è bene non andare oltre, rimanendo alla cronaca ufficiale, ovvero ad un malessere temporaneamente invalidante.
Inevitabilmente tutta la trasferta gira intorno a questo. Lo fa per la band, e vedremo la reazione sul palco e fuori, e lo fa per i fan che si sono accorti del cambio di line up solo a inizio spettacolo.
Diventa quantomeno sui generis affrontare un report quando l’aspetto musicale va di pari passo ad altre emozioni che, volenti o nolenti, si muovono più sul piano umano.
Avrei iniziato parlando della cornice del Parkbuhne Wuhlheide, ovvero una delle più suggestive arene di questo tour; avrei messo l’accento di come le tre date berlinesi non sono inquadrabili nei grandi festival, per le dimensioni della location (ridotta), per le band di supporto e per gli orari, ovvero per tutti quei fattori che facevano questi concerti un “Non tour estivo” dei Cure.
Avrei detto questo e altro, ma il cursore del mouse cancella quanto pensato in proposito.
In un clima decisamente strano, i Cure (tornati in 5) aprono con “Plainsong”, per uno spettacolo in cui la percezione della fatica è decisamente palpabile. Quel qualcosa di “strano” pare essere un po’ ovunque, finendo per rendere alcune canzoni come bloccate, strozzate o imperfette. Quell’imperfezione talmente umana che ci fa ancora più essere in sintonia con la band.
Robert Smith, d’altro canto, è e fa Robert Smith. Il suo senso dello spettacolo, il suo carisma, il ruolo che ha e il rispetto per il suo pubblico, sono elementi che lo portano a condurre uno show apparentemente normale, là dove la normalità, oggi, non è di casa.
Sembra soffrirne anche la scaletta, i cui pezzi, specie nei bis, sono selezionati quasi a onor di firma. Ci ricorderemo le parole di Robert, mentre dedica a Simon la “Lullaby” di “Disintegration”, o quando ringrazierà sui social il figlio Eden per aver permesso di proseguire concerti e tour, suonando il basso del padre.
Qualcuno potrebbe parlare di un concerto in tono minore; io mi sento di dire che è stato un concerto in cui gli uomini hanno prevalso sugli artisti, e, di questo, non possiamo che ringraziare.
To be continued… (TESTO E FOTO: GIANMARIO MATTACHEO)