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THE CURE "Live Domaine National de Saint-Cloud Parigi 30-08-26"
   (2026)


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   (2026)

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THE CURE   "Live Domaine National de Saint-Cloud Parigi 30-08-26"
   (2026)

Come accadde nel 2019, i Cure scelgono Parigi per chiudere questo tour estivo, pensato, nella quasi totalità dei casi, all’interno dei grandi festival. Presso il Domain National de Saint Cloud siamo pronti per l’ultimo capitolo di un’avventura iniziata a giugno che, cosa nota, prosciuga energie di band e fan, ma che (cosa altrettanto nota) ridona forze e entusiasmo con interessi decuplicati.

Non si chiude in spazi ristretti, ma in un gigantesco festival con più palchi ed oggi sul main stage sono previste band di assoluto spessore, prima dei nostri. L’interesse per vedere i Dry Cleaning è alto e mi pentirò di non essere arrivato in tempo per la loro esibizione, ma, con il passare delle primavere, il prendermela comoda sta diventando una regola a cui è difficile sottrarmi. Sono in zona, invece, per gli Interpol, band che non infrequentemente ha accompagnato i nostri in contesti come questo.

Si apre con “Alone” e, lo sappiamo, il pezzo d’apertura non può avere la valenza di altri brani . È il capitolo 1 del racconto e, come tale, deve calamitare tutti gli interessi, tutti gli occhi e le orecchie delle migliaia di persone intervenute. Affare fatto, Robert, hai la nostra attenzione, non sei solo.

Tra “Alone” e “Endsong” c’è tutto lo spettacolo che la band ha offerto quest’anno. Un piacere non scontato sentire “Three imaginary boys” (bello vedere restare sul posto, in religiosa attesa, anche i musicisti non impegnati), mentre “The last day of summer” per l’intensità della canzone e per il titolo che si porta dietro, non può non lasciarci quell’irresistibile intima introspezione, oggi più che mai.

Poi, ci sono quelle dieci canzoni che, forse erroneamente, chiamiamo bis, rappresentanti il lungo saluto di festa e ringraziamenti, dove la reciprocità è cosa vera. Dove c’è il pop, quello autentico, dove tiri un po’ il fiato tra una “Friday”, una “Close to me”, una irresistibile “Why can’t I be you”, fino al momento in cui Robert ci canta di ragazzi che non devono piangere. E sia.

Al solito, mi diverto almeno in una recensione del “mio” personalissimo tour ad esagerare nel gioco del racconto, scrivendo un non report, tale da riassumere un’estate di note musicali. E allora, se gioco deve essere, partiamo con lettere e numeri tirati un po’ a random.

P. come Parigi. La città più amata da Robert Smith e conclusione del tour. Qui c’è sempre un tocco che altrove è difficile ricreare.

M. come musica. Così entriamo un po’ più nel vivo.

B. come bordo. Quello di di “From the edge of the deep gren sea”, per esempio. Ma anche B, come bordo ideale, quello che separa la vita reale da questo mondo parallelo che continuiamo a costruirci e a tenere così stretto.

31 come i concerti programmati quest’anno.

29 come le canzoni proposte questa sera.

L. per Lost world. Ma adesso il mondo è da un'altra parte. Ci pensiamo fra due ore e mezza circa.

A. come Again. Quell’again che ripetiamo ad ogni “A forest” ma quell’again che ci porta a tornare sempre sulle stesse orme. Le Sue. Le nostre. Cambia la città, cambiano i mezzi per raggiungerla. Tutto cambia, ma tutto è ancora lì. Ancora, ancora e ancora.

G. per Gabrels. E ammetto di non averlo ancora digerito da quel concerto al Pinkpop del 2012, quando me lo vidi spuntare dalla porta di servizio ed entrare sul palco insieme al resto della ciurma. Mi conforta almeno non essere l’unico: non ho ancora incontrato un fan dei Cure che si senta in sintonia con il (comunque tecnicamente bravissimo) chitarrista.

G. per Gruppo. E il concerto di Parigi ha rappresentato una crescita in termini di coesione. Sembrava quasi di toccarlo quell’agire insieme. Con l’ultima esibizione a Parigi, è stato un piacere (ri)trovare una partecipazione sul palco, che non faticherei a definire gioia.

P. per paura. Quella che ha dovuto affrontare il mondo Cure dopo il malessere di Simon. La trasferta berlinese ci riportò un clima surreale, ma fortissimamente umano. A distanza di pochi giorni, l’alfiere di Robert Smith sarebbe tornato sul palco, lasciando tutti sbigottiti. Quando lo abbiamo visto saltare e rifare Simon, come se niente fosse successo… beh, possiamo solo aggiungere miracolo di resistenza e prodigio di resilienza. E tutti abbiamo tirato il fiato!

S. per “Secret”. Tra i ripescaggi meno scontati, il brano di “Seventeen Seconds” vince su tutte. Pezzo da puristi, pezzo da “Tutti a casa”.

R. per Roger. Bellissimo averlo ritrovato in forma, dopo il periodo difficile che fece seguito all’ultimo tour. Le sue tastiere sono semplicemente indispensabili per il sound del gruppo.

J. come Jason. È per distacco il batterista di lungo corso nella storia dei Cure. Per molti rimane il “nuovo” batterista… anche se sono passati più di 30 anni da quella audizione che gli cambiò la vita.

F. per Family. La famiglia allargata dei Cure quest’anno ci ha portato Gabriel, figlio diciassettenne di Jason, salito sul palco con papi, Robert e gli altri, suonando il suo sax. La risposta calorosa e carica d’affetto del pubblico nei confronti del “nuovo” sassofonista ci fa capire come la scelta del capitano sia stata azzeccata.

M. per magnetismo. Difficile ridurre Robert Smith alla sola voce leadership o personalità. Il suo è autentico magnetismo e se lo incroci… sei spacciato.

C. sta per commozione. Perché non sai in che momento arriverà o in che canzone si presenterà. Tu stai lì e te le canti tutte. Ridi, fai le foto, dai un’occhiata complice all’amico di turno, ti vivi in pieno il concerto e pratichi il grande reset della vita per la lunghezza di un concerto. Poi, senti che qualcosa ti tira giù e ti strattona la tua camicia nera. Ti chiama, si impone. Ti dice che è lì in quell’esatto momento e tu non ti puoi girare dall’altra parte. La devi guardare in faccia e può essere in quella canzone e magari in un’altra il concerto successivo, ma ci sarà comunque. E’ la commozione ed è sempre puntuale, e fanculo se ti chiede in dote anche qualche lacrima. Perché intanto arriva. Arriva sempre. (TESTO E FOTO: GIANMARIO MATTACHEO)