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THE CURE "Live Parkbuhne Wuhlheide Berlino 11-07-26"
(2026)
BERLINO 2/3
24 ore sono sufficienti per rimettere le cose a posto? Forse no, specie se si arriva da una giornata molto difficile e da una esibizione talmente particolare che rimarrà nella memoria dei fan.
Ma Robert Smith non è quel personaggio che si ferma leccandosi le ferite, e il secondo capitolo di questa trilogia berlinese diventa l’occasione per rimettere alcune cose nella direzione giusta.
Il concerto di ieri si era caratterizzato dalla sorpresa con la conseguenza che i cinque Cure rimasero piuttosto slegati sul palco, in una esibizione dove con l’ultimo pezzo pareva essere finita una fatica ben più grossa delle due ore e mezzo di reale spettacolo. Oggi Robert vuole ripartire da quel punto, probabilmente facendo di questi professionisti un gruppo nuovamente coeso.
Il concerto di ieri ci ha fatto capire, nella sua assenza, l’importa di Gallup e la differenza tra il suonare le medesime note di basso rispetto al “collegarle” agli altri. In particolare era proprio la sezione ritmica a rimanere in affanno, con un Jason Cooper rimasto quasi isolato, senza un collante reale al resto dei sodali.
Si riparte, dunque. “Plainsong” è quell’inizio che più piace ed emoziona i fan, ma che oggi, sul finale, ci fa capire quanto le tossine del giorno prima non siano ancora smaltite. Una nota stonata di Roger O’Donnell toglie, in chiusura del pezzo, quasi tutta la magia e ci dice, in sostanza, come la ricostruzione non sia un processo totalmente realizzabile in solo giorno.
Tuttavia, la band è senz’altro più presente e brani come “Pictures of you”, “Lovesong” e “Fascination street” proseguono la celebrazione dell’album del 1989, mentre “Inbetween days” viene giustamente riportata nel main set, là dove, nel caos di ieri, era stata relegata a contorno finale.
Tutto prova a rimettersi in carreggiata, ma pare di udire il rumore di un motore che chiede disperatamente l’olio necessario per far girare la macchina a pieno regime. È il caso di “Cold” a cui manca un doppio giro di tastiera o una “Push” che si salva solo per la sua natura, ovvero la capacità di mettersi in connessione assoluta con il pubblico.
“A strange day” è quel pezzo che porta le emozioni più alte, esattamente come 24 ore prima aveva fatto “One hundred years”, quando riuscì a cancellare pensieri e difficoltà, attraverso una potenza emotiva, cantata con trasposto e tecnicismo.
Robert dedica “The last day of summer” a Simon Gallup e, forse più di ieri, ci colpisce questa dedica perché legata ad un brano che il suo autore considera da sempre toccante e viscerale.
“Disintegration” è sempre un brano di grande impatto, ma di difficile esecuzione e, se Robert Smith tiene alla perfezione sul cantato e sulla chitarra, ci pare, per contro, di essere di fronte ad una band che fatica non poco a stargli al passo.
Anche sui rientri pop qualcosa gira storto, questa volta, non certo per cause imputabili al gruppo; su “Friday I’m in love” salta l’impianto audio e possiamo solo ascoltare il pezzo attraverso le casse dei musicisti sul palco e, quando viene ripristinato, il volume sembra troppo basso e non all’altezza di un concerto rock.
Per fortuna Robert Smith riesce a ricreare magia e sorrisi e proprio come un Re Mida della musica è capace di farci ballare e sorridere tra una “The walk”, una “Close to me” e una “Why can’t I be you”.
Poi arriva “Boys don’t cry” e non è possibile, qui, sbagliare una virgola.
Si conclude un concerto che mi pare di poter definire il “Concerto del giorno dopo”. In risalita.
To be continued… (TESTO E FOTO: GIANMARIO MATTACHEO)