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THE CURE "Live Parkbuhne Wuhlheide Berlino 12-07-26"
   (2026)


THE CURE "Live Parkbuhne Wuhlheide Berlino 11-07-26"
   (2026)

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THE CURE   "Live Parkbuhne Wuhlheide Berlino 12-07-26"
   (2026)

Berlino 3/3

“SEI GIA’ STATO QUI”.

Era questo l’incipit di un libro di Stephen King nel quale il Re del brivido si rivolgeva direttamente ai suoi lettori per dire che a Castle Rock si sarebbe ambientata la sua ennesima paurosa storia.

Citazione alta, mi rendo conto, ma che trovo calzante per il terzo concerto consecutivo al Parkbuhne; la location più attrattiva dell’intero tour sta per salutare l’ultima esibizione tedesca dei Cure.

In più occasioni mi sono trovato a commentare, un giorno dopo l’altro, quello che a molti sembrerebbe lo stesso concerto. La difficoltà per chi scrive non è tanto trovare energie da rinnovare, quanto riuscire (anche solo parzialmente) a trasmettere almeno una piccola porzione delle emozioni provate.

La domanda è la stessa e, nel tempo, le parole in risposta a: “Ma non ti stanchi nel vedere lo stesso concerto?” si sono via via sempre più ridotte, fino a scemare in un laconico sorriso. Come spiegare il perché si cerca la felicità e il benessere? Perché siamo fatti per questo. Perché continuiamo a guardare su Rete4 i film di Bud Spencer e Terence Hill, in fondo? Conosciamo perfettamente le smorfie e i cazzotti che si prenderà il malcapitato di turno, ma lo aspettiamo, mentre un sorriso inizia a dipingere il nostro (per nulla ignaro) volto.

Ebbene, un concerto è un film dopotutto, ma recitato in presa diretta, dove una parte spetta ad ogni singolo spettatore, che diventa responsabile anch’esso della riuscita dello show.

Peraltro, mai come in questa occasione i film narrati sono espressione di storie a tratti diametralmente diverse. Abbiamo raccontato del primo e delle sue quasi drammatiche circostanze; abbiamo vissuto la forza reattiva che il gruppo ha posto in essere il giorno dopo e oggi siamo in attesa di conoscere la sua evoluzione.

Il popolo dei Cure si appresta a ripetere lo schema dei due giorni precedenti, ovvero vivere una festa lunga poco più di due ore, in cui il principale festeggiato è un artista che da qualche tempo ha passato la sessantina ed è eletto ad autentica divinità pagana, responsabile di gioie, dolori, tanti soldi spesi appresso, ma con un ritorno in termini di felicità ripagante di tutto.

Terzo concerto e terza apertura per “Plainsong” che questa volta non vede errori da parte di nessuno, e poi una “Pictures of you” che non fa prigionieri.

Ad inizio concerto “A night like this” mette le basi al rock da stadio e la sua accoglienza è una di quelle serie, anche se ammetto che l’assolo di Gabrels mi rimane ogni volta indigesto e confesso di fare fatica a considerare l’americano come un membro effettivo dei Cure; il sound che produce, il distacco sul palco e il poco attaccamento verso la base non può che riportarmi le sopraccitate emozioni.

Ciò che è accaduto in questi giorni ci spinge a guardare il concerto con occhio un po’ più clinico del solito. Se quel collante musicale era assicurato da Simon Gallup, oggi mi pare che in parte il compito sia andato sulle spalle di Roger O’Donnell. Mai come in passato il tastierista si trova a guardare i colleghi, dettando tempi e interagendo più del solito con Robert Smith, nel tentativo di trovare nuove alchimie e, soprattutto, un altro equilibrio.

Lo stesso leader, forse mai come in passato, si sente costretto a dettare ai fonici continue istruzioni, per cercare la solita perfezione, così difficile da raggiungere in questi giorni complicati.

Sul versante easy è un vero piacere ascoltare “Catch” che mancava live da dieci anni, mentre il botto viene raggiunto da “Charlotte sometimes”. Il singolone del 1981 è uno dei manifesti assoluti del primo periodo dark e la scelta di suonarla oggi carica di significato l’intero concerto.

Se “One hundred years” il primo giorno e “A strange day” il secondo sono state quelle canzoni capaci di fare emozionare al punto tale da azzerare ogni pensiero, oggi la magia mi tocca in modo più forte quando parte “A forest”. E’ questo il brano che mi porta altrove e ripaga di tutti gli sforzi. Quel ”Again” ripetuto e gridato da tutti è un po’ come sputare via il veleno, dove una celebrazione collettiva rende unico il momento.

“Prayers for rain” e “Disintegration” sono le ultime scelte per chiudere il main set; due canzoni in cui i Cure non si nascondono e si mettono in gioco con pezzi complicati, tesi e che necessitano di una buona interazione fra tutti per renderne buona la riuscita.

I rientri pop rappresentano la giusta e ovvia conclusione del concerto, come una sorta di lungo saluto; i larghi sorrisi accompagnano i singoli e mentre si osserva Robert regalare emozioni ci si chiede come abbia vissuto questi tre giorni obiettivamente non facili.

Con le ultime note di “Boys don’t cry” siamo pronti anche noi a salutare questa location. Se fossimo alla data conclusiva, forse ci faremmo prendere da quella malinconia che ci accompagna con una precisione chirurgica ad ogni fine tour. Per fortuna non siamo ancora a quel punto, anche se un po’ di quella roba spinge per farsi sentire. Per ora si torna a casa con il carico di energie e con il sogno che continua. (TESTO E FOTO: GIANMARIO MATTACHEO)