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21/08/2014   MOORDER
  'Scrivo perché ho qualcosa in testa che vorrei esprimere...'

Abbiamo incontrato Alessandro Lamborghini, leader del progetto Moorder, che ha di recente pubblicato il secondo album, intitolato (appunto) ''Moorder II''. Alessandro bentrovato, dicci qualcosa di te. ''Sono classe ’77, abito a Cento (Fe), laureato in Scienze Motorie, ho studiato chitarra da quando avevo 13 anni, seguendo anche seminari con diversi musicisti (mi piace ricordare quello con Bob Brozman, che mi ha decisamente segnato, sia dal punto didattico che strumentistico, iniziandomi a strumenti come la steel guitar e il dobro). Lavoro presso la Fonoteca Comunale di Nonantola, dove organizzo anche i corsi della scuola di musica Officine Musicali, scuola nella quale sono anche insegnante di chitarra, musica d’insieme ed effettistica. Ho suonato con diverse formazioni, la più importante, oltre a Moorder, è l’Orchestra Spaziale diretta da G. Casadei, con la quale abbiamo effettuato riletture di Zappa, Beatles e altro''. Come chitarrista, ovviamente particolare sarà il tuo rapporto con lo strumento-chitarra, un mondo variegato di possibilità, effettistica, combinazioni strumento-amplificazione. Cosa ci puoi dire riguardo il tuo suono e la tua strumentazione? ''Possiedo molti strumenti, anche vintage, ma sono un fanatico delle Gibson Sg, ne possiedo 3, una del ‘69, una dell’80 e una dell’86. Al momento dell’incisione ho optato per suonare tutto con la Sg dell’86, che è la mia chitarra più versatile e che ho utilizzato per tutta la vita. Non avevo ancora la Sg junior del ‘69, che invece sto usando molto dal vivo ora. L’unico brano suonato con una chitarra diversa è “Beef Ice”, con una Fender Jaguar. Uso ampli valvolari, il disco è stato registrato con una testata Peavey Classic 100 e una cassa 4x10 sempre Peavey classic, molto simile ai Fender Bassman vintage. Come pedali sono caratteristici dell’album il Tube Screamer e il Box of Rock. Amo i pedalini e ne ho un numero spropositato, compresi diversi delay analogici che, però, per questo lavoro ho preferito non usare, tendando di mantenere la chitarra il più naturale possibile. In generale cerco di avere sempre un suono vintage oriented, ma cercando sempre un suono originale, non sono mai stato un fanatico dell’utilizzo di strumenti dei miei idoli chitarristici, anche se ovviamente hanno influenzato la mia scelta degli strumenti''. Interessante! E’ importante capire come un musicista sviluppi il suo suono tramite, appunto, i suoi strumenti. Ho letto una volta una bella recensione di un disco di Frisell della quale veniva dettagliatamente spiegata la sua ricerca sonora sui pedali... Entrando più nello specifico nella musica, qual è la percentuale di influenze canterburiane/prog anni ’70 rispetto cose più moderne (penso alla scena jazzcore e no-wave newyorchese o post-rock anni ’80)? ''Domanda difficile da rispondere... Le mie influenze sono varie, sono stato formato da AC/DC, Melvins, Zappa, Led Zeppelin, Jane’s Addiction, NoMeansNo, Tortoise, Elvis, Nirvana, Dinosaur Jr, Neil Young, Captain Beefheart, The Lemonheads, Stockhausen, Ligeti, Angelo Badalamenti, Mike Watt, Zorn, Bill Frisell, Marc Ribot, Burt Bacharach, Motorpsycho, etc etc... Sicuramente il fatto che mi venga così spontaneo scrivere in tempi dispari è figlio di una serie di ascolti di musica “alternativa”, ma ho sempre avuto un approccio molto diretto alla scrittura, non cerebrale come potrebbe sembrare''. Qual è il tuo rapporto col jazz e col rock? E un tuo pensiero su “improvvisazione versus scrittura”? ''Mi considero un chitarrista rock, per il suono che cerco, ma un compositore jazz per la libertà che ho sia nel comporre che nell’improvvisare! Improvviso perché è la cosa più divertente, naturale ed espressiva che un musicista possa fare. Scrivo perché, come qualunque autore, ho qualcosa in testa che vorrei esprimere. Dal vivo sostanzialmente suoniamo i brani come erano stati scritti, invece per gli assoli non vogliamo ripetere quelli registrati, abbiamo completa libertà''. Cosa dici rispetto il rapporto tra musica “strumentale” e “canzone”? Pensi che Moorder potrà virare verso lidi più “canzonieri”? ''Le amo entrambe. La mia scelta strumentale è dettata dal fatto che la trovo più libera tout court. I cantanti sono spesso una spina nel fianco, e non sempre così talentuosi come sembrerebbe. Ma non escludo la possibilità che Moorder evolva con un cantante, sarebbe fantastico. Difficile da realizzare ma fantastico''. Marchin’ band, New Orleans e il blues, hai qualcosa da dire rispetto al rapporto con la tua musica? ''Assolutamente sì! Sono entusiasta di questa domanda, credo che da New Orleans parta molto di quello che ascolto e amo, soprattutto nel sound e nell’atmosfera che si crea. Però sono europeo e quindi il mio bagaglio culturale porta ad altro, soprattutto come composizione; spero che però trasudi l’amore per il sound e l’improvvisazine del blues derivato dalle marching band. Non è un caso che tuba e trombone siano fondamentali per l’ensemble Moorder''. Per concludere, cosa ti aspetti dalla tua musica e da questo disco? ''Come secondo lavoro sono molto soddisfatto, credo sia un disco godibile, non pretenzioso e ricco di spunti, spero di poterlo suonare il piu’ possibile live in tutt’Italia e all’estero. E sono già al lavoro sul terzo lavoro, che spero di incidere quanto prima! Salutoni agli amici di Music Map, e grazie a te''. Grazie a te Alex e… Moorder-saluti a tutti! (Davide Penta)