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  ''In qualche modo, la ruota del criceto deve continuare a girare...''

Partiamo dal principio. Com'è nata la vostra band? Che musica fate? ''La band è nata in una sala prove, in una soffitta arrabattata alla meglio. Noi però non eravamo i liceali coi sogni nel cassetto, ma degli universitari/ricercatori che cercavano di tornare a dare la musica un ruolo centrale delle nostre vite. Sul genere ormai non sapremmo neanche dire, abbiamo iniziato a mescolare un sacco di roba. Diciamo che l’etichetta di “rock psichedelico” va bene perché è molto generico''.

Quali sono state le esperienze che vi hanno maggiormente formato? Quali sono i modelli di ispirazione della vostra musica, magari anche cinematografici? ''Abbiamo un cantante che vive in un’altra regione, e la “relazione a distanza” è stata una delle più grandi sfide che abbiamo dovuto affrontare. Abbiamo imparato a lavorare molto bene a distanza, a lavorare in modo democratico negli arrangiamenti lasciando spazio agli altri e senza mai prendere le scelte stilistiche sul personale. Questo ci ha permesso di diventare molto uniti e facciamo tesoro di ogni singolo momento in cui siamo insieme, sopra e sotto il palco. Quest’abitudine di lavorare constantemente alle preproduzioni ci ha anche reso facile il lavoro quando abbiamo registrato “Veti e Culti”. In 5 giorni avevamo già finito tutto ed abbiamo avuto tempo per rilassarci. I modelli di ispirazione di questo disco sono parecchi. Tra i ragazzi della scena italiani abbiamo sempre seguito con interesse gruppi come gli Indianizer e gli Handlogic, mentre, nella fetta più “indie”, tutto ciò che gira attorno ai Verdena e a gente come Viterbini e Rondanini. Guardando all’estero, ci piace molto la musica rock africana, l’elettronica imprevedibile degli Ulver e la scena psych-rock di band come gli All Them Witches, KG&LW, ecc. Poi, ovviamente, c’è tutto il bagaglio di ascolti di stoner, psichedelica, garage, prog, cantautorato, eccetera eccetera. Il mood del disco, poi, è anche ispirato dal romanticismo europeo di WIlliam Blake e Gustave Doré come dai film dei fratelli Cohen e di Pasolini''.

Perché c'è molta natura presente nel vostro disco? Qual è il significato dell'abbondanza delle foglie nelle vostre immagini? ''L’elemento naturale del disco, la “foresta”, è in realtà puramente metaforico. Abbiamo deciso di lasciare questa parola nel titolo delle tracce che costituiscono la prima parte del vinile per dare ulteriore risalto al collegamento tra di esse. Le “Foreste” parlano di un viaggio interiore che il protagonista compie e che gli permette di imparare a conoscere meglio sé stesso. Si può anche dire che in questo percorso ci rivediamo il processo di scrittura, le varie tappe che ci hanno portato a scrivere il disco''.

E' uscito il vostro album ''Veti e culti''. Ce ne volete parlare? Qual è il significato del titolo? ''Il titolo ''Veti e Culti'' indica la coesistenza tra ciò che mira ad imbrigliare e controllare gli istinti più bassi dell’uomo e ciò che, al contrario, più li esalta e li celebra. Sono due aspetti quasi istintivi dell’uomo che vanno in direzione opposte. Il titolo rimanda quindi all’idea di ritualità, che viene ripresa in più brani e dissezionata attraverso diversi temi, come quello dell’iniziazione e quello dell’abbandono. Abbiamo cercato di evocare questo concetto lavorando da una parte sull’immaginario delle copertine e dei testi, e dall’altra sull’aspetto ritmico, cercando di ricreare dei ritmi tribali da utilizzare in momenti diversi del disco''.

Le atmosfere di questo album sono particolari, a tratti cupe, a tratti aggressive o altre volte quasi sussurrate. Che storia raccontano? ''Abbiamo sempre cercato di allargare il numero di registri stilistici che ci permettessero di evocare atmosfere differenti. Questa tendenza era già presente in ''Abissi'', ma il rischio di relegare i momenti più soffusi a pochi brani rischiava di ricreare l’effetto “ballad” tipica dei dischi anni '80-'90. In questo disco abbiamo provato a mescolare di più le carte e siamo molto contenti del risultato. Con il racconto del percorso delle Foreste, abbiamo cercato di dare spazio a diversi generi, come la psichedelia, lo stoner, il flamenco e l’elettronica. Nel secondo lato, c’è un filo conduttore tra i brani che è legato al tema dell’abbandono. “Veti e Culti” racconta del rapporto tra un uomo e la sua ombra. “Ohm” e “Piombo” sono brani apocalittici (il primo riprende una poesia di Erri De Luca), mentre “Polvere'' e “Quando l’Ultimo Se Ne Andrà” parlano della separazione, sebbene il primo lo faccia con l’approccio soffuso dell’elettronica e del jazz ed il secondo attraverso un blues “moderno” che riprende anche il tema della fuga di cervelli''.

Rispetto ad “Abissi” c'è un grande uso di synth e campioni inusuali, come mai questa scelta? ''L’utilizzo di synth e campioni era già presente in ''Abissi''. Il primo disco, però, è stato realizzato con un approccio più moderno, ossia sovraincidendo tutte le tracce, mettendo in griglia basso e batteria e realizzando delle sequenze con synth e tastiere per dare sostegno al mix, eccetto poche eccezioni (''Trieste''). Per la realizzazione di “Veti e Culti”, invece, è stato utilizzato un approccio più “alla vecchia”. Basso e batteria sono stati registrati in presa diretta e le tastiere sono diventate, di fatto, uno strumento come tutti gli altri. Questo approccio più anni '70 ha fatto sì che si sentisse di più l’interplay tra gli strumenti. Quando portiamo i brani dal vivo, questo fa sì che il nostro approccio sia più spontaneo e che ci sia più variabilità nell’interpretazione''.

Si evince una certa una certa eterogeneità di influenze nella vostra musica; alcuni membri della band hanno anche altri progetti paralleli? ''Rispetto ad ''Abissi'', in questo disco siamo riusciti ad uscire di più fuori dal nostro guscio, liberandoci dalla gabbia del “genere” che rischia sempre di porre dei limiti all’espressività del musicista. Il discorso dell’eterogeneità probabilmente è legato al lavoro di ricerca che abbiamo fatto in questi anni. Siamo partiti dall’idea di fare qualcosa di più incentrato sul ritmo e poi, andando avanti, la nostra attenzione si è spostata maggiormente sulla composizione delle linee melodiche della voce. Un altro lavoro importante è stato fatto sulle strutture delle canzoni. Abbiamo deciso di fare della musica meno consequenziale rispetto al rock classico (strofa-ritornello-bridge ecc), ed infatti nel disco non c’è nemmeno un ritornello. È probabile che tutte queste linee guida, in qualche modo, abbiano posto la necessità di sviluppare composizioni diverse, ma tutte accomunate dallo stesso spirito di ricerca. In realtà nessuno di noi ha un progetto parallelo vero e proprio. Se avessimo tanti progetti paralleli, probabilmente non sentiremmo l’esigenza di portare tutte queste influenze dentro ad un solo progetto, anche se questa è solo un’ipotesi''.

Quali sono le band del circuito indipendente che stimate di più e che hanno un percorso comune al vostro? ''Un gruppo per cui abbiamo grande ammirazione sono i Messa, che hanno fatto un discone in cui mescolano veramente quello che gli pare. Abbiamo anche una grandissima stima per gli Indianizer, sono fortissimi ed hanno suonato persino in apertura ai King Gizzard. Una supermenzione la facciamo anche ai Satoyama, in cui suona il trombettista, Luca, che compare nel nostro disco''.

Se doveste descrivere con tre parole la vostra musica, quale usereste? ''Sognante, potente, malinconica''.

Cosa pensate del panorama musicale attuale? ''È veramente ricco e ci sono così tante belle nuove proposte che forse non si fa in tempo a metabolizzarle tutte. Per fare un esempio, dobbiamo ancora ascoltare il nuovo disco dei Fountaines D.C. Ultimamente stiamo molto rivalutando Bandcamp ed il panorama che ha da offrire. Rispetto a Spotify, che ha un editore e finisce sempre per spingere certi tipi di prodotti, Bandcamp ha un approccio che in qualche modo ricorda l’era dorata di MySpace. Per quanto riguarda la scena locale, dopo la battuta d’arresto di questi due anni è bello vedere che i locali stiano riaprendo e che i festival ripartano. Forse quest’estate sarà più felice e potremmo di nuovo ballare e suonare, anche se poi, come abbiamo visto, appena finisce un dramma ne inizia subito un altro, più grosso''.

Quali sono i pro e i contro dell'era digitale? ''Il pro è che si può avere ottima musica a portata di click. Il contro è che nessuno ascolta un disco per intero. Non si dà valore alle cose, all’arte inclusa. L’evoluzione fa sì che tutto punti verso la speculazione pura, e così si punta ai singoli, alle playlist, ai video. D’altronde come dare torto all’industria musicale, se fare delle canzoni per creare meme rende molto di più? In qualche modo il sistema deve stare in piedi. In qualche modo, la ruota del criceto deve continuare a girare. E questo certo non fa che peggiorare una situazione in cui già l’ascoltatore medio ha una capacità di rimanere concentrato molto più bassa. Questo però non significa che non continuino ad uscire dischi memorabili. Ormai c’è un livello tecnico e compositivo altissimo tra i musicisti e si sono fatti passi da gigante anche a livello di produzione e di mastering''.

Come vedete il futuro della musica? ''Gli ultimi dieci anni hanno permesso all’industria musicale di assestarsi ai cambiamenti degli ultimi tempi. Una previsione potrebbe essere questa: nei prossimi anni, tanti artisti giovani raggiungeranno numeri di streaming da capogiro per scomparire sempre più in fretta, lasciando dietro qualche canzone e senza la necessità di registrare nemmeno un disco. Parallelamente, nella scena rock/indie/pop sarà sempre più difficile emergere senza avere una creatività che permetta di sfornare dischi ad una rapidità simile a quella del Ty Segall di turno perché tutto invecchia un po’ troppo rapidamente. Inoltre, ora che le vecchie “piccole etichette” hanno fatto decollare i grandi nomi italiani, è chiaro che i numeri richiesti per avere un po’ di attenzione sono sempre più alti. Nel frattempo, la musica di consumo continuerà a proporre la solita formula che, come hanno capito ormai da anni, funziona sempre, e funziona bene. Ciononostante, è chiaro che le logiche sono già cambiate e che ormai l’esistenza del pesce grande non possa impedire al pesce piccolo di sopravvivere. Le piccole realtà imparano a sopravvivere e l’internet si riempirà sempre di musica nuova, di generi e sottogeneri, regalandoci sempre qualche sorpresa interessante''.