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21/09/2014   YO YO MUNDI
  'Con questa voglia di futuro che ci incendia, guardarci indietro non è mai facile...'

Abbiamo incontrato Paolo Enrico Archetti Maestri, voce storica degli altrettanto storici Yo Yo Mundi. La sua spontaneità, la sua umanità e la sua competenza musicale ci hanno regalato un momento “da conservare” e, per questo, da condividere con i lettori. Ciao Paolo, come va? Innanzitutto, la prima domanda che ti rivolgo è se sta bollendo qualcosa in pentola a casa Yo Yo Mundi. Future uscite, concerti già programmati? ''Stiamo registrando il nuovo album nel nostro nuovo studio a Rivalta Bormida, non c’è ancora un titolo ufficiale e nemmeno una data di uscita (speriamo entro l’anno! Più probabile la prossima primavera). E poi stiamo lavorando ad un nuovo spettacolo con Carlin Petrini e Slow Food, ne presenteremo un’anteprima il 26 ottobre al Festival Terra Madre al Lingotto di Torino. E poi siamo ancora in giro, non ci si ferma davvero mai, con lo spettacolo di narrazione e canzoni “La solitudine dell’ape” (con l’attore Andrea Pierdicca, per la regia di Antonio Tancredi). Per conoscere date e luoghi dei nostri prossimi concerti\spettacoli, invece, visitate il nostro sito www.yoyomundi.com''. Quest’anno “La diserzione degli animali del circo” compie vent’anni. Come ci si sente ad avere un “figlio” artistico così grande? Avete in programma una celebrazione del primo disco? ''Oh, ci piacerebbe… ma con questa voglia di futuro che ci incendia, guardarci indietro non è mai facile, mettiamola così… aspettiamo che qualcuno ce lo proponga, ma è difficile che accada e dunque avanti, andiamo avanti! Guardo a quel CD con molta tenerezza, e ogni tanto suonare quelle canzoni mi piace ancora''. Guardando la lunga carriera degli Yo Yo Mundi, non possiamo non notare le infinite collaborazioni che il gruppo può vantare. Ne esiste una che ti ha arricchito più di altre, od una che reputi maggiormente importante per la carriera della band? ''No, onestamente no, sono state tutte nutrienti, tutte hanno portato gioia, bellezza, esperienza, sogno, arte alla nostra vita, prima di tutto, e poi anche per la nostra evoluzione artistica. Certo alcune persone state più avventurose o divertenti, ma non mi piace citare un nome e dimenticarne altri! L’unica cosa che ti posso dire è che ho\abbiamo un ricordo speciale per un artista e amico che non c’è più, che ci ha insegnato molto e che ci manca tanto: Beppe Quirici''. E con quale artista vorresti collaborare? Un sogno per il futuro. ''Così al volo mi viene in mente Stefano Bollani, che non conosco personalmente, ma mi sembra davvero una gran bella persona, uno di quegli artisti – grandi e straordinari - che non stanno sul piedistallo, che comunicano bellezza e abbattono barriere – di genere, di stile, di tecnica, di conoscenza – al contrario di molti suoi\nostri colleghi che emanano supponenza ed erigono sempre nuovi rassicuranti muri tra loro e gli altri. In assoluto – e qui davvero apro il libro dei sogni - David Sylvian, Robert Smith, Wim Wenders e Myazaki''. Cosa spinge un artista come te a trovare ancora motivazioni e nuovi slanci, dopo chilometri macinati a suonare ed incidere dischi? Mi riferisco, soprattutto, alla spinta creativa che portò gli Yo Yo Mundi, da qualche anno a questa parte, ad estendere la propria produzione, flirtando con cinema e teatro. ''Non smettere mai di sognare e non smettere mai di essere curiosi. Noi, nonostante le enormi difficoltà che incontra chi fa questo mestiere in Italia, restiamo dei privilegiati che campano grazie alla propria arte; questa cosa è la benzina che ci fa venire ancora più voglia di futuro, ancora più voglia di imparare cose nuove. Ed è questo desiderio mai sopito (anzi!!!) che ci ha portato a intrecciare la nostra musica ad altre discipline artistiche, ad uscire da quel circolo vizioso (e tipicamente italico) che è il binario “a nuovo disco segue tour”: quando abbiamo capito che ci avrebbe limitati, e forse definitivamente soffocati, ci siamo aperti alle nostre passioni, abbiamo osato e abbiamo trovato altri mondi, altre strade, siamo cresciuti come persone e come artisti. Credo che tutto questo si senta distintamente soprattutto nei nostri ultimi lavori''. Qual è il tuo approccio quando scrivi le canzoni? E' cambiato qualcosa, in tal senso, dagli esordi? ''Sono sempre assai spontaneo, mi lascio andare e mi perdo volentieri nell’insondabile momento creativo. Non seguo una regola precisa, ma invento sempre nuovi trucchi per superare l’horror vacui della pagina bianca! Diciamo che so quando è il momento di creare, di scrivere, di produrre… e attendo sereno e senza alcuna fretta che la canzone si manifesti''. Esiste un album all’interno della discografia Yo Yo Mundi che, risentito oggi, faresti diverso? Mi vengono in mente le parole di Robert Smith quando parla di “The top” e ritiene che lo stesso lavoro sarebbe stato assai migliore se avesse avuto più tempo a disposizione. Ecco, esiste un “The top” per gli Yo Yo Mundi? ''Esistono due album che non sono mai usciti; il primo, “Nuovi oggetti di culto”, lo abbiamo registrato nel 1992 e decidemmo di non farlo uscire perché, una volta iniziata la collaborazione con Gianni Maroccolo (Litfiba, C.S.I.), ritenemmo opportuno attendere la nascita del C.P.I. (infatti nel ’94 uscì “La diserzione degli animali del circo”, primo disco di quella mitica etichetta). Il secondo invece si intitolava “Viaggio immobile”, nato subito dopo “Percorsi di musica sghemba”. Era un album concept, ma i discografici della Columbia Sony non gradirono l’opera, secondo loro, troppo poco commerciale, e così solo alcuni brani (registrati in altra forma) andarono a finire ne “L’Impazienza” che uscì nel 1999 e sancì comunque la fine dei rapporti con la major. Per il resto cambierei quasi tutto, ma poi non cambierei niente. Diciamo che mi piacerebbe registrare un album con versioni riarrangiate di alcuni nostri pezzi, questo sì''. Sono sempre stato dell’idea che una grande band sia tale quando sa porre in essere grandi concerti (oltre ovviamente degli ottimi dischi). Qual è la tua opinione in merito? ''Oh, sì è una condizione necessaria – anche se esistono casi di grandi gruppi poco inclini al live... Già, come si chiamavano quei quattro di Liverpool? -. Per essere una buona band bisogna avere cuori grandi, una cifra stilistica unica, creatività fuori dalla norma, innata capacità di comunicare e tenacia da vendere. Se a tutto questo si aggiunge (negli anni, certo) una decisa dose di carisma, naturalezza scenica, equilibrio di insieme e consapevole crescita tecnica rispetto al proprio strumento e ruolo nel gruppo, a allora sì, poi si diventa una grande band!''. Un’altra cosa che mi fa apprezzare gli Yo Yo Mundi (oltre ad aver saputo che, anche voi, siete fan dei CURE!!!) è che siete un gruppo estremamente legato al territorio ed alla valorizzazione dello stesso. Purtroppo, questa ottima caratteristica vi rende quasi delle mosche bianche nel nostro amato Piemonte. Perché? ''Già, i Cure, che grande amore… un po’ di tutti gli YoYo, credo che questa passione per il gruppo di Robert Smith si senta diffusamente in alcuni nostri brani, “In bilico” e “Musicisti del Nilo” su tutti! Il territorio? Sì, ci teniamo molto, abbiamo sempre portato con noi la consapevolezza dei luoghi che ci hanno visto crescere, orgogliosi delle nostre radici e del nostro Monferrato (senza sterili campanilismi, ovviamente). Durante il nostro tour in UK e Irlanda del 2006, alla fine degli spettacoli brindavamo sempre col Brachetto! Ma al di là delle battute, troviamo assai creativo lavorare su storia e memoria delle nostre parti, con una logica centrifuga e non centripeta, con la voglia di esportare questo patrimonio di cultura e di bellezza. L’album “Munfrâ”, da questo punto di vista, ne è l’esempio concreto e più fortunato''. L’incontro con un pubblico e la rappresentazione live delle proprie canzoni dona all’artista un ricordo sempre diverso. Esiste un concerto che rimarrà per sempre stampato nella memoria del gruppo? ''Sono tanti e diversi i concerti YoYo che ho ben stampati nella memoria, a volte i più importanti sono gioco forza proprio quelli che ti godi di meno, te ne racconto alcuni: “Sciopero”, a Londra la prima volta in un club, e poi la fantastica replica al Barbican nel 2006, un’emozione mai provata prima! La prima di “Resistenza” a Casale Monferrato il 15 gennaio 2004, nel giorno dell’anniversario dell’eccidio dei tredici ragazzi della Banda Tom, commovente, emozionante, con il municipale pieno in ogni ordine di posto. E infine un concerto ad Acqui, la nostra città, dopo anni di esilio per colpa delle stupidità umana di qualche amministratore locale che ci osteggiava: fu bellissimo ritrovare l’affetto dei nostri concittadini e dei tantissimi fans confluiti in Piazza Bollente già dal primo pomeriggio, mai ritorno a casa fu così emozionante e felice''. Qual è l’ultimo disco che hai acquistato? L’ultimo concerto visto? ''L’ultimo disco, due notti fa, è ''Horizons'' dei Détroit (nuovo progetto di Bertrand Cantat, ex Noir Désir, e Pascal Hubert, ex 16 Horsepower), e l’ultimo concerto vedeva in scena un gruppo piemontese che si chiama La Stanza di Greta, tra l’altro molto bravi e originali!''. Qual è la pazzia più grossa che hai fatto nella musica o per la musica? ''Tante, forse troppe, le rifarei tutte e ne farò ancora. La più grande e folle è questa: 25 anni di YoYo! Ho realizzato insieme agli YoYo molti dei miei sogni artistici e umani, riuscendo a vivere della mia\nostra musica rimanendo sempre e comunque indipendenti, questo lo dicono gli altri, ma un po’ mi inorgoglisce e allora lo sventolo come un vessillo (coerenti)''. C’è stato un momento nella carriera degli Yo Yo Mundi in cui hai pensato: “Ma ne vale veramente la pena?”. E, se è capitato, cosa vi ha fatto tornare indietro? ''No, mai''. Scarichi musica? ''No, ho la fortuna di potermi permettere l’acquisto di quel che voglio ascoltare, poi, come nella migliore tradizione, scambio cd con gli amici, mescolo ascolti e sono sempre curioso e goloso di nuova musica''. I ragazzi di oggi non comprano più vinili; in pochissimi acquistano cd e, la stragrande maggioranza, sente solo degli MP3, il più delle volte senza mai ascoltare interamente un album, limitandosi ai successi del momento. È un triste processo irreversibile? Sembra che si sia perso quell’interesse (io non potrei farne a meno) nel leggere il nome degli artisti, lo studio di registrazione, i credits, odorare la copertina, leggere i testi... ''Tout casse tout passe, tout lasse… et tout se remplace. Il futuro ci racconterà cosa e come sarà diffusa e fruita la musica di domani, ora a noi tocca convivere con la memoria senza farci assoggettare dalla nostalgia del passato, tocca diffondere bellezza, riflessioni, pensieri in movimento, sana malinconia e irresistibile 'joie de vivre' per coloro i quali vorranno darci ascolto (speriamo ci siano anche tanti giovani!). I giovani di ogni epoca sanno sempre cosa fare, riusciranno a fare cose grandi e nuove anche con\per la musica che verrà''. Questa è una domanda dall’esito scontato (almeno credo), ma non posso proprio non fartela. Siamo ormai nell’era dei reality show. È questo il futuro per chi vuole sfondare nella musica? ''Innanzitutto ci vogliono coraggio, astuzia, fantasia, tenacia, umiltà, disciplina, curiosità, talento, pazienza, creatività e chissà quante e quali altre doti, per affermarsi e per togliersi soddisfazioni nel mondo musicale e artistico. Per sfondare non so, non ci sono riuscito e non rilascio dichiarazioni a tal proposito! Quello dei talent è una possibilità, sì, ma bisognerà fare in modo che non sia l’unica. Perché quella roba lì spesso appiattisce, banalizza e rende tutto conforme e omologato. Col risultato che tutti si assomigliano (e\o assomigliano a qualcuno) e che la maggior parte di quelli che ce la fanno sono destinati a vivere il loro successo in un breve momento di gloria proprio quasi fossero effimere. Dunque la soluzione è non assoggettarsi, non perdere mai la propria dignità artistica, e poi puntare tutto sull’originalità della proposta e non sulla copia. E infine bisognerebbe creare\inventare insieme nuovi spazi, ribellandoci alle consuetudini asfittiche e letali del mercato discografico e alle vecchie e consunte regole dello share''. Risentendo “Album rosso” (forse il mio preferito nella discografia Yo Yo), non posso che confermare quanto questo disco sia carico d’intensità. Ciò che più mi piace è un sound ancor più maturo e, a tratti, volutamente rallentato. Quanto condividi le mie osservazioni e quanto di quel mood pensi che possa essere presente nei prossimi lavori? ''Condivido e ti ringrazio per le tue osservazioni (e anche per le belle parole che ci dedichi!). “Album rosso” è un disco che amo molto, tante di quelle canzoni sono state scritte dopo la scomparsa di mio padre, dentro quel disco ritrovo intatta la sensazione di quella sofferenza patita, ma anche molta della bellezza che mio papà mi ha trasmesso. Il disco che uscirà sarà caratterizzato da una grande energia e i testi portano oltre e altrove, ma la cifra stilistica è quella… un po’ di “Album rosso”, un po’ di “Munfrâ” e tante nuove idee sonore e creative''. Perché se un attore continua a recitare anche dopo anni e anni di carriera viene visto con grande rispetto dalla critica, mentre se un cantante suona in età matura corre il rischio di apparire ridicolo? Cos’è che non torna? ''Perché un attore interpreta dei personaggi sempre diversi ed è sempre in costante evoluzione e quasi mai si vergogna perché invecchia e\o si trasforma. Mentre un cantante nella maggior parte dei casi interpreta sé stesso, dunque un solo personaggio che, capita sovente in Italia, provvederà a cristallizzare. Poi a un attore di cinquant’anni nessun regista chiederà mai di interpretare un personaggio di venti, mentre molti cantanti in Italia continuano (per ragioni di ritorno economico, I suppose) a cantare canzoni come se avessero sempre vent’anni, questo li rende un po’ ridicoli. C’è questa incapacità di essere anche altro oltre il successo ottenuto, vestiti nello stesso modo, incapaci di evolversi, come cere nel museo delle cere replicano se stessi all’infinito''. Deve ancora arrivare l’album della storia per gli Yo Yo Mundi? ''Oh, sì… è questo che uscirà… ahahahaha!''. Perché gli Yo Yo Mundi, se si eccettua “Bande rumorose”, non hanno ancora dato alle stampe un live ufficiale? Scelta, o mancanza di un’occasione discografica? ''“Resistenza” è interamente registrato “live” il 15 gennaio del 2004, si tratta a tutti gli effetti di un nostro lavoro ufficiale, anche se immagino che la tua domanda verta sulla cattura vera e propria di un concerto di canzoni come fu per “Bande Rumorose”. Diciamo che forse non ne abbiamo mai sentito l’esigenza, anche perché avendo una discografia anomala (ai cd di canzoni si affiancano quelli di sonorizzazioni, reading, spettacoli), non abbiamo mai fatto scelte canoniche, tanto più se imposte da logiche di mercato e\o discografiche. Così come è accaduto per la compilation tante volte immaginata, ma alla fine mai davvero ritenuta interessante per la nostra storia. Però c’è da dire che ad esempio “54” è registrato tutto in presa diretta, e che in “Sciopero”, “Fuoriusciti” e anche nell’ultimo “La solitudine dell’ape” ci sono tra le tracce diversi momenti catturati “live”. Fatti i conti abbiamo registrato molti più brani “live” di quanto non emerga davvero!''. Esiste un brano all’interno della discografia Yo Yo Mundi che ti colpisce in modo particolare? Quel brano, insomma, la cui riproposizione dal vivo ti porta una reazione emotiva superiore rispetto agli altri? ''Oh, sì, ma sono diversi e cambiano sempre! “Na bèla còrba ed nìule” (Un bel racconto di nuvole), ultimamente, o il “Tema di sciopero” (quando sonorizziamo “live” il film di Sergej M. Ėjzenštejn), e “Tredici” e “L’ultimo testimone“ (quando va in scena “Resistenza - La Banda Tom e altre Storie Partigiane”), ma, in assoluto, è sempre una grande emozione suonare e cantare “Alla bellezza dei margini”.'' Come definiresti il tipo od il genere di musica che suonate? Avete (parlo soprattutto della vostra genesi) autori/artisti a cui vi siete ispirati? ''Non ci piacciono le etichette, e, devo dire, poco ci si addicono perché siamo sempre in costante movimento e, spero, evoluzione. Nei comunicati scrivono canzone d’autore, folk rock… ma sono definizioni non esaustive e troppo limitanti, funzionano per uno spettacolo o un album, ma sono inesatte per altri lavori. La definizione World Music, forse calza un po’ di più, soprattutto riferita a un lavoro come “Munfrâ”, ma, ve la dico tutta, ci piace immaginarci come la valigia di chi ha viaggiato molto, piena di adesivi di tutti i posti che ha visitato. Ecco, gli YoYo sono pieni di adesivi proprio come quella valigia!''. A presto, Paolo. In bocca al lupo per la tua carriera. Un grande grazie per la tua disponibilità e l’immancabile amore per la musica. ''Grazie di cuore Gianmario… Viva il lupo! Un brindisi a te, ai tuoi sogni, da parte mia e di tutti gli YoYo e un abbraccio grande e sonoro per tutti quelli che leggeranno questa intervista... Vi aspettiamo ai nostri prossimi concerti!''.

Gli Yo Yo Mundi sono: Paolo E. Archetti Maestri - chitarra, voce solista, Eugenio Merico - batteria, Andrea Cavalieri - basso, contrabbasso Fabio Martino - fisarmonica, tastiere, Fabrizio Barale - chitarre, Chiara Giacobbe - violino, Simone Lombardo - cornamuse, ghironda flauti.

(Gianmario Mattacheo)