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18/11/2014   VITO RANUCCI
  'Per appropriarci di un valore imprendibile, abbiamo bisogno di trasformarlo in qualcos'altro...'

Il confronto con la musica classica, all’indomani dell’esperienza progressive anni ‘60/’70, è un modulo utilizzato con una certa frequenza, però il tuo ''Killing The Classics'' sembra guardare alle arie celebri da un’altra prospettiva... ''Innanzitutto la diversa prospettiva nasce dalla libertà di poter stabilire un contatto personale con l'opera, che si innesta su una conoscenza profonda dei suoi contenuti espressivi: non parliamo solo di una conoscenza tecnico-formale, ma di una vera e propria esperienza dell'opera, acquisita nel tempo, nel corso della vita. Guardare la "Musica Classica" come si fa con un quadro impolverato, o qualcosa da osservare con soggezione o filtri vari, in realtà uccide la Musica stessa e i principi che l'hanno generata. La Musica è l'unica arte che riesce veramente a sopravvivere ai segni del tempo, in quanto la sua "immagine sonora" è soltanto uno dei suoi aspetti. Io cerco di strapparne l'essenza e farla mia, il suo contenuto più metafisico, attraversando quelle armonie per restituirle agli altri pregne della mia personale esperienza del mondo. Nell'essenza, non nell'apparenza, sta la vera bellezza: in certi casi, ciò che ci colpisce profondamente di una musica lontana nel tempo non è nel vestito, che tutti siamo abituati a guardare, ma nel cuore, nel sogno che l'ha generata, è con quello che io cerco un'intima connessione. Naturalmente siamo al di là della visione limitata e assolutista del mondo scolastico-accademico o purista-inquisitore in genere, e altrettanto naturalmente non vi è nessuna voglia di far seguito ad altri progetti o porsi in antitesi al prog-barocco: il progetto rientra nelle libertà di amare e rileggere la vita o l'arte o ambedue, come sento di dover fare, cioè viaggiando sulle coordinate dell'immaginazione e dell'Utopia''. Mozart, Vivaldi, Satie, Ravel etc.: in base a quale “parametro” hai scelto i pezzi da rielaborare? ''I brani selezionati sono stati scelti in base ad un sentire che era già "altro" rispetto all'opera così come oggettivamente conosciuta. Storie e ricordi personali che rimangono marchiati a fuoco nella mente più atavica e nelle note e negli accordi che ormai ti appartengono. Invece poi di utilizzare la tecnologia per diffondere e postare compulsivamente Vivaldi contemporaneamente ovunque nel mondo, la si utilizza per risuonarlo, sfruttando i codici comunicativi della contemporaneità''. In merito al risultato del tuo lavoro, Girolamo De Simone parla di “trasfigurazione”: ti ci ritrovi? ''Naturalmente, l'immagine che ne consegue rispetto alle versioni originali dei brani è certamente trasfigurata, ma anche deturpata qualche volta, anche se credo di essere l'unico a non poter avvertire in pieno questo effetto, l'ho ascoltato un po' di volte mentre lo facevo, a lungo, mi è molto più familiare ormai degli originali''. Al di là del confronto con pezzi notissimi, ''Killing The Classics'' è caratterizzato da un’idea di suono ben precisa e al tempo stesso sfuggente: la “ricomposizione” di Vito Ranucci ha un suo modus operandi standard oppure ogni brano ha una storia a sé? ''In realtà un bel giorno ho iniziato a lavorare sul materiale di Musica Sacra che amo particolarmente (Bach, Vivaldi), contaminandolo liberamente ed espandendolo fino al trip-hop o alla techno. Così ho intrapreso un sound che mi ha affascinava tantissimo. e di getto ho voluto continuare lavorando all'intero album senza pormi limiti reverenziali o precauzionali, e cercando di non perdere quella temperatura iniziale. L'utilizzo del fascino di una splendida voce laddove non era affatto prevista, la possibilità di cambiare il posizionamento delle melodie, invertirle, valorizzarne altre, o utilizzarle come background per ulteriori elementi, l'opportunità di lavorare ai testi originali, al linguaggio, di cambiare le strutture, di utilizzare le macchine ed i campionamenti, e tutto il resto, tutta questa libertà nel rivivere quelle incredibili composizioni, ha aperto una finestra sull'infinito''. ''Lost in the garden'' è l’unico brano “non classico”. ma il motivo ispiratore è Il giardino delle delizie di Bosch: è giusto considerarlo una moderna musica a programma, un poema sinfonico contemporaneo? ''Il pensiero rivoluzionario raramente diviene un classico, ma non per questo potevo ignorare il fascino che quest'opera esercita su di me. Certamente rileggere l'arte attraverso la musica si definirebbe "musica a programma", ma nell'era delle autostrade cibernetiche non credo importi a molti. Ciò che importa invece è restituire agli altri l'esperienza che si è vissuta dell'arte. Non c'è miglior modo per mettere a nudo la propria identità personale''. Negli ultimi anni la tua attività si è concentrata prevalentemente sul cinema e più in generale sul rapporto tra musica e immagine: ''Killing The Classics'' rientra in questo filone o dobbiamo considerarlo un’esperienza a sè stante? ''Premesso che la Musica nasce sempre da una Visione, e che durante la lavorazione di ''Killing the Classics'' ho realizzato anche colonne sonore, la definirei un'esperienza a sè stante, ma un luogo di totale libertà intellettuale, dove non si devono agitare slogan, ma dove spazia l'immaginazione''. ''Killing The Classics'', uccidiamo i classici, uccidiamo i maestri. Alla fine, Vito Ranucci li ha uccisi davvero? ''A volte per appropriarci di un valore imprendibile per noi, per contenere l'impalpabile insomma, abbiamo bisogno di trasformarlo in qualcos'altro...''.