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06/12/2022   AUTOSTOPPISTI DEL MAGICO SENTIERO
  ''Raccontare con musica e parole lo stato attuale del mondo in cui viviamo...''

Benvenuti e lieti di ritrovarci a parlare di un nuovo lavoro. Visto che non è passato molto dal precedente album, a cosa è dovuta questa spiccata prolificità? ''Grazie per l’opportunità. Più che altro è dovuta alla necessità di concludere il ciclo creativo cominciato con “Sovrapposizione di antropologia e zootecnia”, per raccontare con musica e parole lo stato attuale del mondo in cui viviamo, ed esplorare modalità di collaborazione alternative, basate sulla libertà di espressione di tutti, in primis pescando da free jazz e blues, con una certa idea di base piuttosto ipnotica. I pezzi sono costruiti come un collage di interpretazioni quasi indipendenti l'una dall'altra, partendo da una traccia musicale e da un’idea concettuale, cosi presentando un' immagine collettiva costituita dalle espressioni intime di ciascuno. Dopo la pandemia potevamo sperimentare questo processo maggiormente “in presenza” per riflettere sullo stato attuale del mondo. Dovevamo farlo subito, in caso contrario avremmo perso il momento giusto per concludere questo ciclo creativo''.

Dopo “Sovrapposizione di antropologia e zootecnia” e “Pasolini e la peste”, si chiude la trilogia col nuovo “Erasmus a Kiev”. Qual è il fil-rouge che unisce i 3 album per poterla definire trilogia? ''Come accennato sopra, il fil-rouge è lo stato attuale del mondo, innanzitutto come proiezione del passato, con Pasolini che sentiva molto le ipocrisie del mondo politico moderno. E con “Erasmus a Kiev” vediamo nel presente ciò che si sta svolgendo ormai sotto i nostri occhi''.

Si nota anche in questa occasione la nutrita schiera di ospiti: non solo musicisti ma anche poeti e letterati. Ce li citate? E in che misura è risultato importante il loro apporto? ''Citiamo sempre tutti i nostri collaboratori, anche con tanta cura, come si puo vedere nel libretto della versione in CD. L’apporto di ognuno è stato fondamentale per l’esito del processo di editing e mixaggio. I pezzi sono stati montati in studio post-factum insieme a Federico Sbaiz, il nostro fonico, prendendo in modo democratico il materiale di tutti per creare una “unione non unione”. Ognuno dice la sua, ma con un certo equilibrio estetico come punto di riferimento''.

E’ interessante come 6 elementi (di base) si siano trovati concordi nel delineare lo stilismo adottato e variabile di volta in volta. Come e quando avete percepito di provare la stessa empatia progettuale? ''Quando abbiamo cominciato questa trilogia, il gruppo di base era costituito da Citossi, Polentarutti, O’Loughlin e Tomasin, ed eravamo già d’accordo quasi a pelle che questo approccio fosse quello giusto per questi lavori. Nel percorso si sono quindi aggiunti Stefano Tracanelli e Alessandro Seravalle, ben in linea empatica con noi''.

“L’antropocene” è il succo tematico dell’album. Dal 2000, ossia da quando è stato coniato il termine da Paul Crutzen, in questi 22 anni trascorsi, che idea vi siete fatti di quest’epoca? ''Questa epoca si sta rivelando come una grandissima ondata di cambiamenti che sono fuori dal controllo, o per lo meno ciò sembra, da parte delle persone comuni. Stiamo osservando un cambiamento del mondo a tutti livelli, sociale, politico, geografico, e questo è la conseguenza dell'avidità delle classi dirigenti che si sono sempre presentate come benevole, e la maggioranza ha sempre creduto in questa favola. Solo oggi stiamo realizzando che non è così. L’aura di guardiani della classe dirigente – politica ed affaristica – è crollata per le masse, e noi siamo qui ad assistere al suo sfascio''.

Non vi precludete alcun genere puntando, essenzialmente, a maciullare l’estetismo musicale come punto fermo del processo creativo. Forse, è insito in questo la forza primaria della band? ''Assolutamente. L’estetismo musicale è sempre presente, ma non necessariamente con i parametri che vengono solitamente considerati. Ognuno di noi porta il suo senso estetico, senza una scelta di genere come linea guida. Siamo un collettivo e la musica riflette ciascuno di noi, il processo creativo è un dialogo nel quale ci ascoltiamo e ci facciamo ascoltare''.

Scongiurando nuovi confinamenti pandemici, c’è il progetto di imminenti concerti? Come li strutturate ed in quanti siete sul palco? ''Dall’uscita del disco fino ad ora abbiamo già fatto vari concerti/presentazioni del disco. Il numero sul palco varia da due fino a sei, più poeti e voci recitanti. Interpretiamo i nostri pezzi in un modo “free”, ma mantenendo il feeling ed il senso di ogni pezzo. Ovviamente il sound ed anche l'approccio cambiano da performance a performance, ma questa variabilita fa parte dell’essere autostoppista: le strade per andare da A a B sono tante e ad ogni spettacolo presentiamo una di queste''. (Max Casali)