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19/09/2023   LORIS FURLAN
  ''La libertà passionale ed emozionale è troppo importante per farla dipendere da calcoli mercantili...''

Noi musicomani siamo abituati male, tendiamo cioè a dare tutto per scontato nella fruizione della nostra amata musica, facendoci guidare “dal pilota automatico”.

Mi spiego. Premesso che questa è solo una constatazione de facto, lungi da me ogni intenzione di salire in cattedra e fare il bacchettone (cui prodest?) essendo fra l’altro anch’io il primo ad essere abituato in siffatto modo, sottolineo che quando ci godiamo i dischi preferiti nel piatto o nel lettore (no musica digitale please!), raramente teniamo presente che quanto sta deliziando (o meno) le nostre orecchie è frutto di una lunga catena di lavoro a cui hanno contribuito una serie di soggetti, la band in primis, ma anche tutti coloro che ne hanno ha reso possibile la produzione. Nulla di male intendiamoci, “così fan tutti”, e non certo per minimizzare il lavoro altrui, quanto per ottimizzare le energie a disposizione e scongiurare insani, e in tal caso inutili, sovraccarichi informativi.

Scommetto che avete già indovinato dove voglio andare a parare. Mi riferisco in prima istanza al sottostante e meritorio lavoro delle etichette discografiche, in particolare di quelle indipendenti che avviene dietro le quinte e riguarda prevalentemente le realtà cosiddette underground, realtà che come cultori della musica di qualità ci attraggono ben più dei prodotti legati alla grande produzione commerciale. Un universo “di periferia”, quello dell’underground, assai ricco e vivace, quanto troppo spesso sottaciuto se non ignorato dal mainstream mediatico, e comunque non valorizzato come meriterebbe, specie nel nostro paese.

Queste etichette si trovano ad operare fra non poche difficoltà, dovendo spesso contare esclusivamente sui propri mezzi, mosse da quella stessa passione che ci caratterizza come fruitori indipendentemente dai filoni preferiti (rock, hard’n heavy, progressive, metal, progmetal, jazz, alt-rock, AOR ecc.). Un’attività retta da filosofie, motivazioni e obiettivi che poco o nulla hanno a che vedere con quelli legati alla produzione di largo consumo, che funziona in base ai principi del profitto e, per dirla con Latouche, dell’0bsolescenza programmata.

Cerchiamo quindi di osservare più da vicino ciò che ci permette di avere nelle nostre case il prodotto finito attraverso uno dei più suoi significativi esponenti: Loris Furlan, ideatore, fondatore e produttore della trevigiana Lizard Records.

Ciao Loris e benvenuto a Music Map. La prima cosa che mi viene in mente è che, se dessimo corpo alla malsana idea di pubblicare quanto ci siamo detti via email in (almeno! ahi noi l’età…) una ventina di anni, ne verrebbe fuori un’enciclopedia di una decina di volumi minimo. Per carità, nulla di tutto questo, ma cogliamo ben volentieri l’occasione dataci da Music Map per fare il punto della situazione sulle etichette indipendenti (mi viene in mente l’associazione con l’informazione indipendente, quella “fuori dal coro”, non legata ai pervasivi influssi della politica, ma mi guardo bene dall’aprire quella porta per non rodermi il fegato, tanto più che per nostra fortuna il tema riguarda altri contesti…) e in particolare far conoscere ai nostri cybernauti le attività e i programmi della Lizard Records, tradizionalmente contrassegnata da una simpatica lucertola, piccolo ma infaticabile rettile (lizard in inglese indica infatti la lucertola). Partirei da un criterio storico-biografico, descrivendo a grandi linee come nasce l’etichetta e quali sono le principali tappe che l’hanno portata fin qui… ''Ciao Mauro. Ti ringrazio dell’opportunità. Mi induci ad un considerevole balzo temporale. Diciamo anche oltre trent’anni fa: dapprima l’amore per il disco, che ho sempre considerato uno scrigno magico, contenitore creativo, emozionale, che più di un libro ha nella musica il dono comunicativo universale. Negli anni '80 le esperienze fanzinare (diciamo pure carbonare), e con gli inizi degli anni '90, sulla scia di collaborazioni con alcuni gruppi prodotti dalla label tedesca WMMS (cito i Black Jester, i Quasar Lux Symphoniae), è scattata la scintilla per dedicarmi a pubblicazioni discografiche, ed esattamente nel 1994, in collaborazione con la Pick Up di Bassano del Grappa. Il marchio Lizard nasce nel 1996, proprio all’interno dell’attività con Pick Up, mentre il 1998 sancisce l’autonomia del marchio e dell’annessa attività discografica. Da lì comincia un viaggio con oltre duecento pubblicazioni, con musicisti da ogni regione italiana, sconfinando anche in Europa e Americhe''.

Rispetto alla maggioranza delle etichette indipendenti centrate su un preciso genere se non addirittura su un suo sotto-filone (hard’n heavy, metal, progressive, jazz, dark, AOR, alternative e via di seguito), la Lizard si colloca in quella minoranza caratterizzata dallo spaziare in un’ampia varietà di stili e di artisti, andando a pescare in realtà italiane e non, fino a spingersi oltreoceano. Il tutto, senza curarsi troppo delle classificazioni, e sai come la penso a riguardo… che al massimo hanno la stessa funzione della scala di Wittgenstein, una volta raggiunto lo scopo di darci un orientamento di massima, possono essere rottamate. Piuttosto che scapicollarmi con le definizioni, preferisco adottare un criterio minimalista se non tranchant, quello di distinguere semplicemente la musica dove la qualità è presente da quella in cui è assente. Mi chiedo infine se un tentativo di riordinare la varietà dei generi trattati dalla “lucertola” sia quello di aver distinto varie collane al suo interno… ''Innanzitutto c’è da considerare che la libertà passionale ed emozionale è troppo importante per farla dipendere da calcoli mercantili. E’ una questione di coerenza ed onestà, principalmente con sé stessi. Non a caso l’attività di Lizard Records vive in un contesto di associazione culturale. Una premessa necessaria per ribadire quel che è parte della tua stessa domanda: le nostre cosiddette side-labels rappresentano solo un “orientamento di massima”, dei paesaggi sonori, estetici, con cui eventualmente proporre dei riferimenti e magari potercisi affezionare. Il marchio “Lizard Records” rimane in effetti il più aperto ed eclettico in prospettiva progressive rock, la “Locanda del Vento” accoglie della musica progressive che diventa in qualche modo anche racconto in lingua madre, “La Luna e i Falò” è sempre stato un piccolo, residuale porto di mare per storie cantautorali (è un marchio nato con l’amico Davide Camerin, a cui si sono aggiunti altri amici come Alberto Cantone e Francesca Gallo), poi c’è la “Zeit Interference” (mi piace definirla “per orchestre solitarie e solitudini orchestrali”, musicalmente indirizzata ad una certa avanguardia tra ricerca, sperimentazione, elettronica, da qualche anno ideale propaggine per le visioni aliene dell’Officina F.lli Seravalle e dintorni). Per ultimo abbiamo ideato anche una piccola nicchia per del metal atipico a nome “Nightvoices”, che per ora ha ospitato solo i Vade Aratro. Vorrei altresì aggiungere che il grande contenitore della nostra attività è in effetti l’associazione “Open Mind”, dunque a mente aperta, senza paletti preconfezionati di genere, né geografici (dici bene... i viaggi/condivisioni della lucertola trevigiana sono passati anche negli USA, in Argentina, in Cile, Slovacchia, Russia, Bielorussia, Olanda, Francia, Germania, Finlandia… direi un manifesto di intenti emblematico)''.

A proposito dello spaziare fra più stili musicali e più paesi (con le relative tradizioni), intravedi una qualche particolarità o significativo elemento di distinzione nella/e realtà underground italiana/e rispetto a quella di altri contesti, europei e non? ''Non sarei in grado di tracciare un attendibile identikit della scena underground al di fuori dell’Italia (che al contrario conosco piuttosto bene anche per i miei trascorsi “giornalistici”), perché si tratta di una realtà molto complessa, piena di sfaccettature, stratificata in direzioni anche molto diversificate, che in fondo conosco poco. I nostri nonni ci dicevano che “tutto il mondo è paese”, certo con eccessiva semplificazione, ma è pur vero che siamo abituati a lamentarci in Italia della pochezza di spazi per suonare, della mortificazione della musica originale e annesso miserevole scenario discografico che non sia mainstream. Tutto vero oggi, amaramente all’ennesima potenza, ma non credo che in altri paesi occidentali dall’imperante induzione capitalistica/consumistica sia molto diverso. Posso dire che ho conosciuto, sia pure parzialmente, una scena alternative rock in Russia molto viva e interessante, direi più aperta che in Italia (ovviamente parlo di movimento musicale dal basso, ben al di fuori dalla politica istituzionale), forse perché si nutre di una sorta di reazione libertaria giovanile, come se i loro anni '60 e '70 fossero iniziati negli anni '90. In Sudamerica mi è capitato di conoscere musicisti e band veramente sorprendenti. Ma nel mondo odierno, culturalmente soggiogato da omologazione e appiattimento mediatici (quella che Pasolini e Gaber denunciavano già negli anni '70) è sempre più improbo trovare grandi differenze e specificità. Tuttavia mi auguro che la scena underground italiana e oltre possa accendere ancora la scintilla una sincera identità culturale, creativa e artistica, che possa ancora distinguersi con la sua autenticità, pur fortemente controvento, nonostante l’illusorietà di un mondo inquinato dagli orribili talents, dagli stereotipi e dalle sirene dei manikini dalle uova d’ora e affini''.

Proviamo a non dare per scontati i vantaggi e gli svantaggi delle etichette indipendenti rispetto ai colossi industriali, sottolineando quanto ritieni opportuno, compreso le principali difficoltà che vi trovate ad affrontare… ''Qui sarei molto sintetico: i vantaggi? Libertà di scelte, libertà di essere, libertà di sapersi ancora emozionare scoprendo e sostenendo della nuova musica. Gli svantaggi? Inevitabilmente potremmo dire le modeste risorse, la coperta sempre corta che rende difficile il percorso. Forse non poter far convergere passione e lavoro, nel senso di poter campare di questo Lavoro (con la L maiuscola, non quello solitamente “prostituito”). Ma sottolineo il forse, perché quando la passione diventa esigenza remunerativa perde la sua propulsione più vera, più spontanea''.

Diamo ora un rapido sguardo alla situazione generale della musica “non mainstream” in Italia (fra parentesi, non so quanto condividi o ti riconosci nella generica e datata definizione di “underground”…). Posto che il florilegio di creatività con il relativo proliferare di gruppi che si è registrato nei primi Settanta legato ad una molteplicità di fattori storico-sociali, per molti aspetti è irripetibile (idem per ogni altro periodo storico, che mai si ripete come tale), mi pare che nonostante molti cantori del nihilismo denuncino da tempo una penuria di ispirazione e di proposte, almeno a giudicare dalla qualità mediamente elevata (pur con le debite, immancabili, eccezioni) degli artisti curati dalla “lucertola” e da altre etichette indipendenti, indichi l’opposto, ovvero che la musica underground in Italia stia godendo ottima salute. Il problema sembrerebbe semmai quello di saperla valorizzare e soprattutto farla emergere…. Ti riconosci in queste considerazioni? ''Mi riconosco, anzi rilancio, eludendo dapprima i luoghi comuni, le frasi fatte del tipo “la musica è già stata tutta scritta e ormai non c’è più niente di nuovo”. Mentre sappiamo che è una grande bugia, oltre che una banalità approssimativa. In realtà c’è e ci sarà sempre della meravigliosa nuova musica, ma certo c’è da scavare, da andarla a cercare. Se aspetti che ti piova addosso, che ti arrivi dal mainstream o anche dall’underground più visibile, è quasi scontato che non succeda. E’ proprio l’underground che ha le prerogative e la ricchezza della sua potenziale, sincera espressione creativa e artistica (mi perdonerai se insisto su questi aggettivi), a maggior ragione se svincolato da ambizioni di successo, per poter sorprendere ancora. Potrei sbizzarrirmi in una serie lunghissima di nomi, ovviamente per lo più sconosciuti, che ad oggi possono giustificare quell’ottima salute musicale, che ad essere sempre curiosi non manca mai, anche in un contesto culturale ben diverso, ben più omologato e desertico rispetto agli anni '70. Con la Lizard credo e spero di poter essere una buona testimonianza in tale senso. Le etichette indipendenti dovrebbero porsi anche quella missione. Noi ci proviamo ancora…''.

Puoi descriverci a grandi linee quali sono e come si articolano le principali attività della “lucertola” che presumo, almeno per diversi aspetti, simili a quelle di altre etichette indipendenti, invitando a non peritarti a rettificare quanto appena detto se così non fosse, nonché di rivelarci cosa bolle in pentola per il restante 2023? ''Il focus dell’attività della “lucertola” si riallaccia alla “missione” appena menzionata, ovvero dare sostegno, forza, visibilità (e vorrei dire anche... dare dignità) a quella musica che ritengo vera e meritevole, ancor più quando le dinamiche convenzionali anche dello stesso scenario underground tendono a relegarla nella cosiddetta “terra di nessuno”. Si tratta in effetti di condividere certe esperienze musicali (a volte anche di aiutarle a nascere e a crescere), di accompagnarle lungo un percorso, sostanzialmente di ribadire un modo di essere, di vivere la musica. Oggi quella stessa musica originale, vera, emozionale (non quella confezionata nel laboratorio del successo, per “spaccare”), quell’esigenza espressiva rischia di ritrovarsi sola, e di non trovare il coraggio per manifestarsi, per cominciare. E dunque cerchiamo di infondere quel coraggio, di darci voce. Poi, in termini pratici, logistici, approfitto per ringraziare anche in questa occasione Fiorella Val (per le spedizioni, per l’ordine che non ho), Nunzio Cordella ed Egidio Marullo (per la gestione del sito web, la pagina Facebook, per certi video e taluni art-work, per la promozione in genere), Roberto Menegon (per il prezioso aiuto grafico), Pierpaolo Lamanna e Nicola Pivato (per la collaborazione a ridosso anche di Moving Records, che è anche uno dei pochi negozi di dischi sopravvissuti in Veneto). Tanti dettagli e trame operative, ma soprattutto le persone senza le quali Lizard Records non avrebbe potuto percorrere così tanta strada. Ma tu mi stai chiedendo anche cosa bolle in pentola… e la pentola della lucertola non è mai vuota: il 2023 dovrebbe sancire il ritorno discografico dei “vecchietti” Faveravola e Aurora Lunare (...ne sai qualcosa?), una peculiarità per la serie della Locanda del Vento, ovvero due concept album, per i primi una sorta di medieval-rock opera ispirata alla storia o leggenda (ma sì... citiamo anche Le Orme visto che sono veneti e c’è pure un certo rimando estetico) intorno Castello di Zumelle nel Bellunese, mentre per i livornesi sarà la volta del “Terzo Luogo”, ma non sveliamo oltre. Poi, tra 2023 e 2024, dovrebbe arrivare il secondo album di Paolo Volpato Group, che riprende il filo conduttore del tributo a Allan Holdsworth, probabilmente un secondo Qohelet (si rinnova la collaborazione tra Alessandro Seravalle e Gianni Venturi) che vorrà attualizzare il “Cantico dei Cantici”, un nuovo Clan Aldo Pinelli (da Buenos Aires), i toscani Merging Cluster... e pure la freschissima news di un nuovo album dei russi Roz Vitalis (se qualcuno non vorrà censurarlo... da noi confini e bandiere non sono di casa). Altro ancora è in laboratorio, tra cui, mi sbilancio, il ritorno dei Garden Wall''.

Ricordo con simpatia e con un po’ di amaro retrogusto quando a scuola, per fare il tema in classe, gli insegnanti ci proponevano il classico “argomento a piacere”. Vorrei proporti la stessa cosa, invitandoti a dirci la tua su una questione che non abbiamo toccato e che consideri meritevole di attenzione... ''Di argomenti a piacere potrei averne tanti, ma già abbiamo sviscerato molto... e senza deviare troppo dal binario Lizardiano vorrei ribadire un monito ai naviganti del web e della vita… di essere sempre visceralmente curiosi, di non fidarsi di ciò che trovano in superficie, di scavare, di dubitare... che fama, soldi, bulimia mediatica spesso non rappresentano delle verità artistiche ed emozionali, che magari sono dietro l’angolo di casa nostra e non ce ne accorgiamo…''.

Nel ringraziarti della disponibilità e nell’attendere le prossime proposte lizardiane, riprendo la consuetudine di lasciare “il microfono” agli ospiti per congedarsi dai nostri cybernauti… ''Allora permettimi di salutare tutti i cybernauti che seguono Music Map col nostro manifesto di intenti, sempre ben in vista nel nostro sito, con leggerezza e un velo di ironia: “Specchio delle mie brame, chi è il più progressive del reame?”. Non una questione di genere, non scompartimenti predefiniti, bensì orizzonti sonori senza barriere, paesaggi, poesia “progressiva” in divenire (senza dimenticare la bellezza musicale del passato)… dal 1996”.

www.lizardrecords.it
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