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23/09/2015   ENRICO NEGRO
  'Rendere attuale la musica tradizionale non significa stravolgerla...'

''La memoria dell’acqua'' è il terzo titolo di Solitunes Records. In che modo questo tuo album incarna lo spirito dell’etichetta? ''Ecco, direi che lo incarna dal punto di vista della realizzazione, della progettazione, dell'esecuzione... È stato un disco scritto e pensato in completa "solitudine", registrato e mixato a casa in completa solitudine e solo le fasi finali (il mastering affidato al bravissimo Bruno Sorba e la grafica, opera dell'amico, compagno d'avventure musicali ed eccellente grafico Francesco Busso) sono state realizzate con contributi esterni. D'altro canto rientro anche perfettamente al punto 28 del manifesto di Solitunes in quanto sono "figlio unico di figlio unico"... quindi direi che tutto torna...''. Dieci anni fa pubblicavi il tuo primo album solista ''Rosso Rubino'': che differenze ci sono rispetto al nuovo? ''In questo album sono davvero "da solo", mentre in ''Rosso Rubino'' molti amici avevano collaborato mettendo la loro firma e identità musicale in diversi brani. In secondo luogo ''La memoria dell'acqua'' è un disco molto introspettivo e a tratti autobiografico, nel senso che ripercorre un mio sentire ed alcuni momenti salienti della mia vita negli ultimi anni. Non ultimo dettaglio, ''La memoria dell'acqua'' e' interamente strumentale: solo io e la chitarra''. Solitamente si considera un “album da solista” quello firmato dal titolare, anche se accompagnato da una band. ''La memoria dell’acqua'' è un album “da solista solo”: quali sono le potenzialità e quali i limiti di un’operazione così solitaria? ''Le potenzialità sicuramente risiedono nella possibilità di manifestare un’urgenza espressiva che a volte può essere solo individuale, entro la quale difficilmente possono essere coinvolte terze persone. Purtroppo questo può diventare anche un limite nel momento in cui tutto assume lo stesso colore. In realtà a me una certa uniformità timbrica e stilistica non dispiace affatto, ed è sicuramente un aspetto che ho voluto e cercato fortemente per riuscire a far convivere differenti stili, epoche ed immaginari sonori''. Un titolo come ''La memoria dell’acqua'' tradisce un riferimento preciso al passato e alla circolarità del ricordo: il tuo approccio alla rivisitazione della musica tradizionale è “filologicamente rispettoso” o pensi di dover concedere spazio alla tua personalità e all’attualizzazione? ''Esatto, mi ritrovo perfettamente nel concetto di circolarità del ricordo... I ricordi tornano e in qualche modo ci aiutano a prendere le "misure" rispetto al presente. La memoria in qualche modo ci insegna a modificare i nostri comportamenti, a cambiare anche idea e credo quando necessario. Ho un enorme rispetto della musica tradizionale e della sua essenza, credo che renderla in chiave attuale non significhi stravolgerne i contenuti ma, casomai, rivestirla con suoni e colori contemporanei, mantenendone intatto lo spirito. Questo è sempre stato un punto cardine del mio approccio al repertorio tradizionale, come dimostrano anche gli altri progetti a cui partecipo (cito come esempio il cd del 2012 ''Dalla parte del cervo'' di Edaq Ensemble)''. In questo album compaiono brani tradizionali come ''Rigodon'', ''Monferrina'' e ''Sestrina'': cosa ti colpisce solitamente di un brano della tradizione? Qual è l’elemento che ti spinge a proporne una tua versione? ''Solitamente mi attrae la forza della tradizione stessa, non importa quanto semplice o complicata, ma la forza che emana da un "suonare" antico, tramandato e radicato. Certo poi ci sono melodie, ritmi, sonorità più affini alla mia personalità ed è da questo che parto per una mia rielaborazione. Nel mio caso poi tutto deve essere mediato con l'idioma chitarristico che non sempre si sposa facilmente con queste melodie, essendo nate e pensate su altri strumenti. In realtà i tre brani che hai citato li avevo già affrontati in gruppo (Tendachent, Li Sounalhe') con soluzioni strumentali differenti, ma appunto sono brani particolarmente significativi di un certo momento storico della mia vita e qui il discorso si ricollega alla memoria...''. Monteverdi, De Falla, De André: un grande volo pindarico oppure c’è qualcosa che accomuna i tre compositori nella tua interpretazione? ''Sicuramente un volo pindarico, però c'è un tramite ed è sempre la memoria. Tre epoche, stili, storie completamente diverse e distanti, ma in qualche modo collegate in primo luogo dal ricordo perché sono tre autori che hanno fatto da colonna sonora a diverse stagioni della mia vita, e in secondo luogo l'amore per l'arte di questi compositori. In realtà non c'è un brano di De Falla ma un omaggio al grande compositore spagnolo firmato da un musicista piemontese: Carlo Mosso. Ho voluto fare un disco di musica italiana e ogni brano è italiano o quantomeno strettamente collegato all'Italia''. Per quanto riguarda i tuoi brani, Andrea Carpi cita come riferimento John Renbourn: oltre all’indimenticato maestro inglese cosa c’è nella musica di Enrico Negro? ''Naturalmente mi onora enormemente il riferimento a John Renbourn che considero il mio Maestro indiscusso. Credo che oltre alla sua influenza (i più attenti suoi estimatori potranno trovarne una fugace citazione nell'intro del primo brano ''La memoria dell'acqua'') ci sia tutto il mio mondo musicale e ancor di più parte della mia personalità, a tratti ermetica ma sicuramente onesta e senza compromessi''. In questo disco suoni una chitarra acustica Diavoletto Grand Auditorium e una chitarra classica Torres. Vuoi presentarci questi strumenti? ''Sono due bellissimi strumenti di maestri liutai italiani con caratteristiche molto diverse: la Diavoletto G.A. è una chitarra acustica con corde metalliche di Aldo Illotta, liutaio di Borgomanero con cui ho realizzato gran parte del disco, mentre la Torres è una chitarra classica con corde in nylon del liutaio ed amico Mario Grimaldi di Trisobbio, in provincia di Alessandria, mia fida compagna di viaggio fin dal 2003''. Quali sono le differenze, al di là dello strumento usato, rispetto ai dischi dei tuoi colleghi di scuderia Marchesano e Risso? ''Credo che la differenza principale risieda nel fatto che Stefano e Federico hanno utilizzato una dialettica più moderna, se vogliamo "urbana", facendo anche uso di tecnologie e tecniche strumentali e compositive moderne, mentre nel mio caso mi sono posto con la sola chitarra di fronte ai microfoni registrando e cercando di tirare fuori il miglior suono acustico possibile. Un disco di chitarra acustica fingerstyle insomma''. ''La memoria dell’acqua'' si esporrà anche dal vivo: come pensi di sviluppare questo concerto “solista da solo” per chitarra? ''Il concerto prevede l'esposizione di tutto il disco cosi com'è stato inciso, con alcuni richiami a ''Rosso Rubino'' e un dovuto omaggio a qualche autore particolarmente significativo per me (John Renbourn, Pierre Bensusan, Andrew York). Il tutto suonato in tempo reale, senza loop station e diavolerie elettroniche''. In quale punto del manifesto programmatico di Solitunes ti riconosci di più? ''Oltre a quello citato inizialmente direi il punto 50: Solitunes per i mancini diventa Senutilos...''.