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23/01/2026   EMANUELE MARCHIORI & CHIARA POMIATO
  ''La tenacia del quotidiano, e il coraggio di nominare la fragilità...''

Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato sono gli autori di ''Decalogo dell’Amore'', un disco che sceglie la lentezza in un tempo che corre, e che racconta l’amore non come favola, ma come mestiere quotidiano. Dopo l’uscita dell’album a dicembre, il percorso prosegue ora con il nuovo singolo “Come si fa… amarsi ancora”, una canzone che mette al centro una domanda semplice e gigantesca insieme: come si continua a scegliersi nel tempo? Ne abbiamo parlato con loro, attraversando canzoni, stanze, silenzi e piccoli gesti che tengono in piedi le relazioni.

Benvenuti su Music Map Emanuele e Chiara. In “Come si fa… amarsi ancora” c’è l’idea che l’amore non esploda, ma resti. Qual è il gesto minuscolo che per voi significa “sto restando”? ''Per noi il “sto restando” non è mai un colpo di scena, è più una serie di piccole ostinazioni. Un gesto minuscolo? Preparare il caffè dell’altro come piace a lui/lei anche dopo una giornata storta. O rimettere in ordine il salotto dopo una discussione, non per cancellarla, ma per dire: “La casa è ancora la nostra, anche se oggi siamo sghembi”. Sono quei momenti in cui ognuno di noi due potrebbe chiudersi nella propria stanza, invece resta in cucina, magari in silenzio, a sparecchiare, a spostare una sedia. Niente di eroico: solo non mollare il posto a tavola''.

Avete registrato parte della vostra vita familiare dentro queste canzoni. C’è qualcosa che avete scelto consapevolmente di non mettere nel disco, per proteggere l’intimità? ''Sì, parecchio. Il disco è pieno di dettagli veri – i bambini che suonano, certi oggetti di casa, certe frasi che ci somigliano – ma è comunque una versione “in chiaro” della nostra vita. Abbiamo deciso di non raccontare i litigi, le fratture vere, le fragilità più esposte. Quelle restano nei taccuini, non nei microfoni. Anche sui bambini abbiamo messo dei paletti: li sentite e li trovate negli strumenti, nei cori, ma non ci sono mai esposti come personaggi. Non volevamo trasformare l’intimità in un format: la famiglia entra nel disco come atmosfera, non come reality''.

Se tra vent’anni uno dei vostri figli riascolterà questo album, quale canzone sperate che gli faccia dire: “Ecco, qui c’erano davvero mamma e papà”? ''Probabilmente “Come si fa… amarsi ancora”. Dentro quella canzone c’è la domanda che, in modo più o meno esplicito, accompagna tutta la nostra storia: come si fa a scegliersi di nuovo, dopo anni di routine, di stanchezze, di alti e bassi? È un brano pieno di dettagli domestici, di piccole manie, di inciampi reali: se un giorno i nostri figli lo riascolteranno, speriamo ci riconoscano lì, in quel modo un po’ sghembo ma ostinato di voler restare insieme. E poi c’è “Senza te”, che per noi ha un peso particolare: guarda la mancanza attraverso gli oggetti, le stanze, le cose lasciate in giro. È una canzone che racconta anche le nostre paure, non solo le nostre certezze. Se tra vent’anni uno dei due dovesse dire “qui c’erano davvero mamma e papà”, ci piacerebbe fosse di fronte a queste due tracce: una per la tenacia del quotidiano, l’altra per il coraggio di nominare la fragilità''.

Questa musica non corre dietro alle tendenze. Vi sentite mai fuori tempo rispetto al mercato musicale attuale? E se sì: com’è abitare quel fuori? ''Sì, ci sentiamo fuori tempo. E la verità è che ci piace così, è proprio quello che vogliamo. Il disco è nato al pianoforte, con strumenti veri, con l’idea che qualcuno possa ancora ascoltare dall’inizio alla fine senza saltare da una playlist all’altra: già questo, oggi, è una piccola dichiarazione di anacronismo. Abitare quel “fuori” è un po’ come vivere in una stazione di provincia mentre tutti parlano solo dell’alta velocità: i treni sono più lenti, ma hai il tempo di vedere chi sale e chi scende, di guardare il paesaggio. Sappiamo che non è il modo più furbo di stare nel mercato, ma è l’unico in cui ci sentiamo onesti. Se le nostre canzoni devono esistere, preferiamo che lo facciano con il loro passo, non con il cronometro in mano''.

L’amore, nelle vostre canzoni, non è mai eroico. È domestico. Se doveste dargli una colonna sonora non vostra — una canzone di qualcun altro — quale sarebbe? ''Viene spontaneo pensare a “Che coss’è l’amor” di Vinicio Capossela: quell’idea di amore visto dal bordo del marciapiede, tra portoni, gonne che passano e lampioni, ci è molto vicina. È un amore che inciampa, si accartoccia, ride e si fa male senza mai salire sul piedistallo. Oppure “Sparring Partner” di Paolo Conte: due che si fronteggiano, si annusano, si feriscono e si proteggono nello stesso ring. In entrambe le canzoni c’è quello che cerchiamo anche noi: nessun eroe, solo esseri umani che provano a restare nella stessa stanza''.

Progetti futuri? ''Questo è un disco di debutto ma anche di ritiro dalle scene. Ci piace pensarlo così: debutto, perché è la prima volta che mettiamo fuori un lavoro così compiuto, nostro fino in fondo. Ritiro, perché non abbiamo l’idea di “iniziare una carriera”: non ci interessa entrare nel giro della produzione continua, del singolo all’anno, del calendario da riempire. Il podcast ''Decalogo dell’Amore'' fa parte dello stesso gesto: disco e podcast sono un’unica opera, un oggetto solo, con il lato musicale e il retrobottega raccontato a voce. Non è il primo capitolo di una serie, è un quadro con la sua cornice. Se ci saranno progetti futuri, saranno con un’altra entità di presentazione e di scrittura. Abbiamo un disco di canzoni per bambini scritto da molti anni e nascosto nei cassetti… chissà. Per ora i “progetti” sono semplici: accompagnare questo lavoro dove può arrivare, suonarlo in pochi luoghi giusti e lasciarlo camminare con le proprie gambe''.