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28/02/2024   FRANCESCO DAL POZ
  ''Si sta perdendo il senso di comunità, preferendo una modalità autoriferita di vivere...''

Che bel disco questo “Uno”, titolo definitivo per certi versi. Francesco Dal Poz porta a compimento un lavoro moderno, fresco, senza fronzoli e senza retaggi a cui ancorarsi ma neanche con quella presunzione di dettare una legge che sia di innovazione e trasformazione. Fa del pop e sa come farlo, sfruttando il nuovo e senza mai rinnegare chi siamo e da dove veniamo. Sono dischi belli… puliti… di grandissima ispirazione.

Che peso ha avuto per te l’urgenza? Questo disco nasce da una forma di urgenza? ''L’urgenza nello scrivere musica è un aspetto secondo me fondamentale e lo è stato anche nella scrittura di questo album. Sì, perché, sebbene ancora oggi alla domanda “Perché faccio musica?” non abbia ancora dato una vera e propria risposta, sono convinto che una parte essenziale per cui continuo ad esprimermi attraverso le canzoni, sia proprio un’urgenza interiore che sento fin da bambino''.

E visto il titolo: si ha urgenza oggi di riconoscere sé stessi? Di definirlo in qualche modo? ''Penso che attualmente, circondati da un mondo che nel bene e nel male ci dà continui e forti input, sia ancora più difficile trovare chi si è davvero e la scrittura di questo album è sicuramente stata parte del percorso della conoscenza interiore di me stesso, ricerca che non si è ancora conclusa, ma che anzi ha preso una forma tutta nuova dopo la pubblicazione di “Uno”''.

Un disco molto serio e riflessivo… ma di quando in quando arriva la leggerezza e l’ironia. Due punti nevralgici. Perché? Domanda che non vuol essere banale ma cerca di portarti oltre la forma esteriore… ''Grazie per aver colto questa ambivalenza. Quelli di cui parli sono tutti aspetti che credo facciano parte della mia personalità. Uno degli obiettivi che mi metto quando scrivo pezzi miei è quello di comunicare con semplicità, e a tratti leggerezza e ironia, toccando però temi che per me sono profondi, intimi, per certi versi seri. Perché? Perché se facessi diversamente andrei a fare qualcosa che non mi rispecchia e fare musica, forse, perderebbe tutto il suo senso''.

Un disco così personale oggi: non trovi sia figlio di un modo “egoico" o egocentrico di vivere? Qualcuno dice: sono finiti i dischi che parlano alle persone… tutti parlano di sé… tu come la vedi? ''Nelle mie canzoni parlo del mio vissuto anche perché le altre persone possano rivedersi e riscoprirsi. Proprio per questo credo che l’album “Uno”, a suo modo, parli alle persone. Poi, che oggi la tendenza sia quella di essere più individualisti ed egocentrici, sono pienamente d’accordo; in molte occasioni si sta andando a perdere il senso di comunità, preferendo una modalità autoriferita di vivere, con tutti i suoi aspetti positivi e negativi. Sono figlio anch’io, certo, di questa modalità e sicuramente il parlare delle mie esperienze dirette nelle mie canzoni è una forma di egocentrismo; ma credo anche che parlare di quello che si ha provato davvero sulla propria pelle, sia un modo per rendere le canzoni più vere, più sincere''.

Nel “2106” vivremo davvero tutti immersi nella realtà virtuale? ''Credo e spero di no. “2106” è un brano di speranza, una lettera ad un bambino che vivrà la propria infanzia nel futuro; una lettera in cui racconto la mia personale infanzia, vissuta a stretto contatto con la natura in un mondo che risultava essere ancora in equilibrio; una lettera in cui poi racconto le problematiche legate anche al clima che stiamo vivendo sulla pelle ormai tutti noi; una lettera in cui auguro a questo bimbo che anche lui possa vivere la propria infanzia in pieno contatto con la natura, in un mondo che è tornato ad essere in equilibrio. Non so cosa ci riserverà davvero il futuro, ma nel mio piccolo continuerò a scegliere di vivere nel pieno rispetto della persona che sono, delle persone che ho attorno e della natura che è parte fondamentale della mia e della nostra esistenza''.