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05/02/2026
05/02/2026 MATTEO CASTELLANO
''Ho provocato la mia zona di comfort e ho deciso di cantare della mie vergogne...''
Teatro canzone sicuramente… ma anche quel gusto per la parola che significa anche provocazione. Matteo Castellano ci regala un modo raffinato e antico (analogico oserei aggiungere) di raccontarci la vita dagli occhi di un matto sano a cui dedica ogni allegoria di questo disco: “Come un matto sano” è l’arrivo di un processo di emancipazione… siamo dentro le osterie della ligera milanese, siamo dentro un futuro che non lascia il passo alle intelligenze artificiose…
Un disco che leggo soprattutto come provocazione o sbaglio? ''Non sbagli affatto, ma ci tengo a precisare che è un auto-provocazione, ho provocato la mia zona di comfort e ho deciso di cantare della mie vergogne. Volevo tornare sulla via della sincerità artistica che sentivo di avere un po' perso e volevo anche andare oltre queste stesse mie vergogne buttandole in piazza, aprendomi alla curiosità della gente che si potesse specchiare nelle mie intimità così da rivedere magari delle parti di sé stessa. Penso che questo stia funzionando dal vivo, ho questa sensazione ai miei concerti. La gente, invece di giudicarmi, alla fine partecipa con simpatia e compassione. Ho parlato di drammi ridicoli, come l'eiaculazione precoce, l'inadeguatezza rispetto alla ricchezza di famiglia, la gelosia nei confronti degli amici e di altre cose ancora. Penso di aver veramente attentato allo status quo mio personale perché è evidente che sono autobiografico in queste canzoni. Cinicamente però ammetto che potrei aver deciso di narrare queste cose perché avevo paura che tanto gli altri lo avrebbero fatto loro prima o poi, e quindi in realtà che non sia stato uno svelarmi, quanto un mascherarmi ulteriore, solo molto più sottile. Sono comunque molto contento di averlo fatto. Almeno ora mi sono tolto la tentazione''.
Il suono lo trovo assai poco lavorato e la cosa mi piace, quanto meno la trovo coerente… è stata una decisione voluta in tal senso? ''Sì, avevo bisogno con queste canzoni di essere una voce viva tra le macerie delle proprie maschere, non aveva senso imbellettare queste macerie, perdere troppo tempo ad armonizzare, ad infiocchettare. Ho scelto un produttore (il mio amico Beppe Puso) a cui come a me piace lavorare in modo spontaneo, improvvisando e senza tornare troppo sulle decisioni prese. Gli ho anche espressamente chiesto di abbondare un po' con il disordine e i suoni disturbanti e lui non si è tirato certo indietro. Ci abbiamo lavorato in maniera ludica e dove più mi sono affidato al suo gusto senza interferire più è stato magico sentire uscire le canzoni dello stesso colore con cui le avevo immaginate. Un esempio: "Canzone per Giulia" era una canzone lunga, durava 5 minuti, lui gli ha aggiunto una a lunga intro e una lunga coda. Ora è quasi sette minuti ma ha equilibrio''.
Elettronica: quante ne hai usata? ''Abbiamo usato molta elettronica, la batteria e le percussioni sono tutte campioni che abbiamo trovato e che ci piacevano, tutte le tastiere sono midi, e tutta questa elettronica l'ha fatta Puso. Al basso invece c'è Fabio Piscitelli, le chitarre e le voci sono quasi tutte mie, c'è il tamburello di Peppe Leone e la traccia "Montagne" è suonata quasi interamente dal mio amico Dainocova, al secolo Nicola Porceddu. E' stato un suo regalo e l'ha fatto con strumenti "vintage" passati dentro ai loops secondo un suo metodo originale. Ha aggiunto qualcosina di piatti Paolo Rigotto che ha anche masterizzato il mix di Puso''.
Beh, di sicuro questa copertina ha tantissimi piani di lettura: alla fine siamo tutti omologati, inscatolati? ''Il cavallo è un simbolo di sessualità e libertà... e qui come è messo? E' seduto, un po' svaccato, e un po' incastrato in una scatola, vestito e quindi ulteriormente costretto dalla sua stessa "civiltà".
Però la scatola è aperta e questo vorrebbe dire che c'è stata una volontà di liberarsi o di liberare certe cose... Mentre pubblicavo il disco un altro cavallo semi-intrappolato è comparso sulle copertine della musica italiana, l'album di Alessandro Fiori "Mi sono perso nel bosco". Il suo cavallo è un bianco che salta sopra la tavola di un appartamento un po' triste; direi che il cavallo era decisamente nell'aria in quel periodo.
La mia copertina l'ha realizzata Alessandro Rivoira su mio suggerimento di usare il cavallo. Insieme abbiamo anche fatto la copertina del singolo "Figlio di un milionario" dove il punto di vista sulla canzone, che tratta un argomento un po' controverso ed adulto: è quello dell'innocenza dei bambini. Ed abbiamo usato una foto di Oliver Migliore che ritrae dei bambini di spalle che ascoltano il cantore, gli ho fatto un concerto''.
E se ti dicessi che questo è un vero disco punk? ''Beh, ti ringrazio, una mia amica mi chiama Castelpunk; devo dire che mi ci trovo perché il modo di fare le cose del punk mi ha sempre influenzato. In fondo il punk significa fare con quello che si ha. Il punk è un insegnamento di vita. Anche se si avesse il tempo e le possibilità di perdersi nei dettagli il vero punk mira sempre al cuore delle cose. Lui vuole essere diretto e di impatto e in questo mi ritrovo al 100%.
Ma il punk che è in me ormai non cerca più lo scandalo. Sono un punk dell' intimo, non ho cresta, ma le mutande in testa e vi ringrazio per la gentile intervista''.