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MOTUEKA
''Il nostro disco non offre un’unica chiave di lettura, ma invita chi ascolta a proiettare dentro la propria visione...''

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11/02/2026   MOTUEKA
  ''Il nostro disco non offre un’unica chiave di lettura, ma invita chi ascolta a proiettare dentro la propria visione...''

C’è di tutto dentro il nuovo disco dei Motueka, c’è il grunge, il noise, c’è la maschera italiana con il suo pop, ci sono lunghi sentieri sonori con casse dalla punta severa, con modi sospesi quasi distopici, quasi shoegaze… c’è il colore scuro del metal... “Pareidolia” è un lavoro che riporta in auge il classicismo della formazione belga, ancorata a questi anni ’90, ancorata a stilemi di grandi percorsi mainstream. Cerchiamo di indagare da vicino un lavoro che onestamente mi trattiene a sé ad ogni ascolto che faccio, forse scivoloso e facilmente buttato dentro il cesto dei tanti sulle primissime battute… poco “gustoso” il finale con un brano in italiano (viste le origini del frontman): un soluzione non unica nel disco ma decisamente protagonista qui… una sterzata forse poco comprensibile anche nello stile che, magari a causa della lingua stessa, un poco perde di credibilità.

Sembra di tornare agli anni ’90… quante radici da quel tempo? Dischi da non perdere assolutamente secondo i Motueka? ''Gli anni ’90 per noi sono più un modo di stare dentro il suono che un esercizio di nostalgia. È il periodo in cui il rock alternativo e il noise cercavano una voce propria, senza paura di sporcarsi e di rischiare, e questa libertà creativa ci appartiene ancora oggi. Se dovessimo citare alcuni dischi fondamentali, penseremmo a lavori che hanno saputo unire ricerca e identità forte, album che ti restano addosso per le dinamiche e per come usano rumore e silenzio come parte della stessa storia. Visti i gusti e le origini diverse di ognuno di noi, ti citiamo alcuni dischi degli anni ’90 che in qualche modo rappresentano tutti i Motueka: ''Vitalogy'' dei Pearl Jam, ''Experimental Jet Set, Trash and No Star'' dei Sonic Youth, ''Around the Fur'' dei Deftones, ''Loveless'' dei My Bloody Valentine e ''Betty'' degli Helmet''.

Cosa sta a rappresentare questo titolo “Pareidolia”? ''“Pareidolia” è quel fenomeno per cui riconosciamo forme familiari in qualcosa di ambiguo: nuvole, macchie, paesaggi. Ci piaceva come immagine perché il disco funziona proprio così, non offre un’unica chiave di lettura, ma invita chi ascolta a proiettare dentro la propria visione. Ogni brano è costruito come un punto di partenza: lavoriamo su distorsione sonora e percettiva, e ci interessa quel confine in cui non sei più sicuro se stai sentendo una melodia o un’eco, una speranza o un’inquietudine''.

Una formazione che vive in Belgio: quanto ha inciso la scena locale? Che tipo di noise c’è da voi? ''Anche se la nostra influenza principale è americana e inglese, dal Belgio abbiamo preso molto il modo di vivere il noise dal vivo: diretto, DIY, senza troppi fronzoli. Qui il rumore è spesso essenziale, ritmico, con chitarre abrasive ma controllate e un’attitudine molto concreta che abbiamo sentito vicina e abbiamo portato dentro Pareidolia''.

Parliamo di “The Remedy”: che momento del disco è? ''“The Remedy” è una sorta di camera di decompressione dentro il disco. Arriva in un punto in cui le tensioni si sono accumulate e c’era bisogno di creare uno spazio diverso, più sospeso, dove l’ascoltatore potesse riorientarsi. Non lo viviamo come un semplice intermezzo, ma come un capitolo vero e proprio della narrazione di “Pareidolia”: lì il suono prende il posto delle parole e racconta quell’idea di rimedio possibile, fragile, che passa più dalle sensazioni che dai testi''.

Il disco si chiude con “I Guardiani del Tempio”, in italiano: un omaggio alle radici del cantante o c’è altro? ''L’italiano è sicuramente un ponte con le radici del cantante, ma in questo caso è soprattutto una scelta legata al tema. È un brano che tocca qualcosa di molto attuale e delicato, e sentivamo il bisogno di usare la lingua in cui possiamo essere più diretti e responsabili rispetto a ciò che diciamo. Non è un episodio isolato: la stessa esigenza riaffiora, ad esempio, nella seconda parte di “One Trillion Cells”. È una chiusura densa, vischiosa, che rompe la routine dell’ascolto e lascia il disco in una zona di ambiguità, perfettamente in linea con l’idea di “Pareidolia”''.