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03/03/2026   DIRLINGER
  ''Contro il pop imbellettato che ha monopolizzato anche i generi più sinceri...''

Esce il 45 giri con due nuovi inediti: si intitolano “La città ideale” e “Il vecchio e il mare”. Se l’amore come rifugio da un lato, poi l’abbandonarsi al mondo come possibilità di rinascita e di salvezza. Come quando un imprevisto segna nuove traiettorie. Come il suono di Dirlinger che in questo 45 giri in vinile lascia da parte gli orpelli del futuro e torna alla forma primigenia, chitarra e voce, pochissimo altro… un basso appena… una registrazione lo-fi, quello che conta è solo e soltanto la vibrazione umana. Un manifesto contro le nuove abitudini codificate dalle macchine…

Il fruscio acustico, le chitarre raccolte, quell’imperfezione calda e domestica: quanto conta lasciare che si senta tutto questo per la narrazione del brano in sé? ''Per quel tipo di racconto che propongo coi due brani, credo fosse la “pelle” migliore: nel tempo che ha preceduto anche la pubblicazione dei primi singoli (prima ancora dell’album) sono due canzoni che più volte ho provato a produrre, ma ogni volta mi sembravano delle produzioni di maniera che rendevano i brani più sciatti. È innegabile che in realtà ci sia una “maniera” anche quando si finge che una “maniera” non ci sia, ma per me (e chi, come me, prima di me) è una scelta di partigianeria nei confronti di un pop imbellettato che ha monopolizzato anche i generi più sinceri''.

Citando Hemingway: che rapporto hai con quel romanzo e con quella filosofia? ''Hemingway è stato l’autore della mia adolescenza: l’ho amato ne ''I quarantanove racconti'' e nelle prose brevi in generale (ma forse più per un limite di attenzione della mia generazione che per delle scelte stilistiche in particolare). Hemingway credo sia uno di quegli autori che, se ti appassionano in giovane età, molto è dovuto anche dal “personaggio” Hemingway, che attraverso vari alter-ego in realtà ti racconta dell’idea che vuol far passare di sé. E ti appassiona ancora di più quando ti rendi conto che in realtà, le battute di caccia selvagge, i reportage di guerra sotto i sibili dei proiettili e questi amori così fintamente stoici che sembrano usciti dai vecchi film di Hollywood sono solo una serie di artifici dietro i quali l’autore nasconde la persona, che è in realtà estremamente fragile e in costante bisogno di misurarsi. Insomma, c’è un po’ di Hemingway in ognuno di noi: purtroppo i social lo sanno dimostrare, talvolta in maniera piuttosto evidente''.

In questo tempo liquido di grande tecnologia, c’è chi come te resta ancorato al passato analogico. Che ragioni ha tutto questo? Non penso solo di estetica… ''C’è un rapporto con l’oggetto fisico che il digitale non sa darmi. Io, che sono una persona perennemente con la testa per aria, toccando con mano ho l’impressione che l’esperienza sia più diretta e mi sappia insegnare in maniera più veloce. Il computer invece è un oggetto che devi a sua volta conoscere affinché ti aiuti nella gestione di altre cose. Ma io sono troppo pigro e disattento per imparare a conoscerlo davvero, almeno per ora''.

L’elettronica dunque? In che modo arriverà (se lo farà) nel tuo futuro? ''Le sonorità elettroniche stanno arrivando. Io ho più problemi col software piuttosto che con l’hardware! Se ci sono levette, rotelline e tasti mi appare come più facile''.

Pensando dunque alla copertina di questo lavoro: dove ti collochi? Nel mare aperto o dietro le mura di una città? ''In una via di mezzo: in porto, un po’ timoroso di uscirne e un po’ facilmente annoiabile a vedere sempre le stesse quattro mura, ma pronto a guardare e salpare verso il mare senza mai perdere di vista la riva. Non tanto per avere sempre tutto sotto controllo, ‘ché l’imprevisto è sempre dietro l’angolo; ma per poter avere sempre a mia disposizione diversi scenari, diverse prospettive e diversi punti di vista''.