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25/03/2026
DANIEL DAGREZIO
''Se il dolore lo attraversi, diventa informazione su di te. Se lo eviti, rimane solo baccano e sofferenza improduttiva...''

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25/03/2026   DANIEL DAGREZIO
  ''Se il dolore lo attraversi, diventa informazione su di te. Se lo eviti, rimane solo baccano e sofferenza improduttiva...''

Eccolo “Le mie cinque fasi” di Daniel Dagrezio, disco lungo e introspettivo, laborioso e decisamente ispirato, che si muove come una stanza che cambia luce e diviene esso stesso metamorfosi di un sentire privato e doloroso. Il suono, modellato insieme a Daniel Tek, segue le crepe del racconto, il vero pop d’autore che lascia spazio (interessante questa scelta) a brevi introduzioni parlate sul tappeto sono che si svilupperà a seguire… così da non perdere l’orientamento… un finale di storia, di racconto, di canzone pop che solenne accoglie ognuno di noi in un disco che poi diventa un poco di tutti. ''Quando un amore muore''… direbbe Ruggeri…

Quanto la produzione ha trasformato il significato emotivo dei brani? ''Tantissimo. Perché qui la produzione non è “abbellimento”, è drammaturgia: decide se una frase pesa, se una scena è intima o epica, se un ricordo è dolce o opprimente. Con Daniel Tek (bravissimo Producer e sound engineer) abbiamo lavorato proprio su questo: far uscire lo stato d’animo, non solo il suono “bello”''.

C’è una parte del disco che oggi senti più lontana da te? ''Sì, ovviamente più ci si avvicina alla fine dell’album e più sento lontana la fase iniziale (i momenti più istintivi e più “cattivi”), perché oggi li guardo con più distanza. Però non li rinnego: perché sono la fotografia di un passaggio reale. E l’album funziona proprio perché non finge equilibrio quando non c’era''.

Il dolore: più perdita o conoscenza? ''Entrambe, ma la conoscenza è quella che resta. La perdita è il fatto, l’avvenimento. La conoscenza è ciò che ti cambia dentro: come reagisci, cosa scopri di te, cosa non vuoi più ripetere. Se il dolore lo attraversi, diventa informazione su di te. Se lo eviti, rimane solo baccano e sofferenza improduttiva''.

Finale epico-orchestrale: come hai capito che dovevi chiuderla lì? ''Perché serviva una “chiusura di scena”. Per me “La Donna della Mia Vita” equivale ai titoli di coda di un film. Una sorta di canzone che riassume e tira le somme. Dopo un viaggio così frammentato, volevo un atto finale che raccogliesse tutto: amore, colpa, gratitudine, responsabilità. L’orchestra è perfetta per questo perché ha un respiro narrativo, teatrale. E poi mi piaceva tornare al reale, spegnendo il giradischi: come chiudere un libro''.

Dal vivo come si presenta un disco simile? ''A livello pratico e musicale sarà dura senza una grossa produzione dietro (che spero di avere un giorno, ma oggi no). Probabilmente si opterà per arrangiamenti diversi e alcune sequenze. A livello concettuale invece lo vedo come uno spettacolo, non come una scaletta di singoli. Il mio sogno sarebbe portarlo in un teatro, ma in ogni caso, ovunque sarà, l’idea è sempre la stessa: far vivere un viaggio ed emozionare, non solo cantare canzoni''.