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24/05/2026   NINAI'
  ''La musica esprime la sua parte più vera quando viene vissuta in trasparenza...''

“Soulmetry living room session” nasce dalla volontà di reinterpretare i tuoi più recenti brani in chiave live. Come mai? ''Per me era importante riportare ''Soulmetry'' in una dimensione live, perché sento che la musica esprime la sua parte più vera quando viene vissuta in trasparenza, nel momento in cui accade. Volevo che si percepisse anche l’evoluzione naturale del progetto: rispetto al disco c’è una dimensione più acustica ed essenziale. Inoltre, tutto è stato registrato nello stesso luogo in cui ''Soulmetry'' è nato, con lo stesso pianoforte e nello spazio che accompagna da sempre il mio processo creativo. Mi interessava riportare la musica alla sua origine e lasciare che, proprio da uno spazio così intimo, potesse aprirsi verso l’esterno e continuare a trasformarsi''.

Mettendo a confronto le due versioni, si percepisce immediatamente anche una virata sonora verso un jazz più tradizionale, anche se le contaminazioni non mancano. Ci spieghi questa scelta stilistica? ''Non lo chiamerei un cambiamento di direzione. È qualcosa che era già dentro di me da sempre, ma mi rendo conto che non tutti ne sono a conoscenza. Il jazz, dal free alla bossa, tra voce e pianoforte, fa parte del mio modo naturale di vivere la musica… per molti anni ho transitato principalmente in questi generi. Mentre lavoravo agli arrangiamenti è successo qualcosa di quasi misterioso: le mani andavano, le armonie aprivano strade nuove da sole, e io le seguivo. Era come un’incubazione del suono, che a un certo punto si liberava. La cosa più forte è stata la sorpresa, la magia del lasciar accadere. Nel farlo mi sono radicata nell’essenza più pura e vera di me. Il live è acustico proprio per questo: per restare dentro quella verità''.

Il dialogo tra tutti i musicisti rimane comunque centrale. Com’è stato costruire la giusta sintonia con i tuoi compagni? ''Essendo tutto in presa diretta e nello stesso spazio, la sintonia è arrivata dall’ascolto reciproco e dalla fiducia nel lasciarsi andare. Ogni musicista ha portato la propria identità, ma dentro una stessa stanza tutto si è allineato in modo naturale. È stato più un riconoscersi che un costruire''.

Molto interessanti le 12 introduzioni sonore inserite in tutto il disco. Personalmente ci trovo un collegamento con il rap e l’urban. Tu li consideri frammenti spontanei o parte integrante della narrazione dell’album? ''Hey grazie, inoltre il rapporto rap Urban è geniale come correlazione. Sono nati come appunti al pianoforte nella quotidianità del salotto. Se li guardo dentro il lavoro, funzionano come interludi nel senso più antico e più libero del termine: da Monteverdi in poi, l’interludio è sempre stato un momento di passaggio, ma anche di respiro, di sospensione, di verità tra le forme. Qui fanno esattamente questo: tengono insieme il flusso, senza interromperlo mai davvero. Sono piccole aperture che non spiegano, ma continuano la narrazione da un altro punto di luce''.

Hai dato molto risalto anche alla parte reel e video. Quanto conta per te la dimensione visiva nella costruzione della tua identità musicale? ''La parte visiva è diventata parte del processo, anche per farsi conoscere con naturalezza, senza forzature, restando sempre dentro la musica''.

Ultimamente le tue pubblicazioni sono tante e tutte a stretto giro. Continuerai per questa strada anche nei prossimi mesi? ''È un periodo molto vivo e credo andrà avanti così. Per me è una necessità più che una strategia: condividere mentre le cose accadono, in modo naturale. E mi resta molto una sensazione semplice: che la vita sia qui, adesso, e che la musica sia proprio questo passaggio continuo. Un modo per lasciare qualcosa che resta come emozione, senza trattenerlo troppo, perché cambia insieme a noi''.