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08/04/2026
08/04/2026 ALL YOU CAN HATE
''Esorcizzare certe sensazioni, attraversarle e in qualche modo superarle...''
C’è un momento preciso, subito dopo la fine, in cui tutto sembra immobile ma in realtà sta già cambiando. È da lì che ripartono gli All You Can Hate con ''Afterglow'', un EP che scava tra le macerie per trovare ciò che ancora resiste: emozioni, ricordi, identità. Il nuovo lavoro della band romana segna un’evoluzione chiara, sia nel suono che nella scrittura, muovendosi tra atmosfere indie rock e influenze post-punk e shoegaze. Un progetto che rinuncia alle illusioni per lasciare spazio a una consapevolezza più cruda, dove ogni brano diventa un frammento di realtà vissuta, tra inquietudini personali e tensioni collettive.
Abbiamo parlato con gli All You Can Hate di trasformazione, crescita e di tutto ciò che resta quando si ha il coraggio di lasciar andare.
''Afterglow'' è il vostro nuovo Ep, come nasce questo titolo? ''Nasce dall’idea di raccontare ciò che resta dopo una fine: quella luce residua, quel riflesso che continua a esistere anche quando qualcosa si è concluso. In un certo senso rappresenta il passaggio tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando, sia a livello personale che artistico. Volevamo mantenere un dialogo con l’EP precedente, anche perché questi brani sono nati nello stesso periodo in cui stavamo registrando il primo. Più che essere un filo conduttore tra i pezzi sul piano del significato, ''Afterglow'' rappresenta soprattutto un filo conduttore personale''.
Durante la lavorazione dell’Ep avete avuto dei momenti di blocco creativo? ''I brani nascono in un periodo in cui avevo molto da dire e molta voglia di provare e sperimentare, per cui non ci sono mai stati dei veri blocchi creativi. D’altronde all’inizio di un progetto c’è tanto materiale accumulato che rappresenta anche un po’ la scintilla del progetto stesso''.
Come nascono i brani degli All You Can Hate? ''Io (Salvatore) mi occupo della composizione dei brani e poi li porto in sala prove, dove vengono adattati alle esigenze di ognuno. I pezzi sono molto autobiografici: parto quasi sempre da qualcosa di personale, da un’esperienza o da una sensazione precisa. Poi però cerco di allargare il discorso, di usare quel punto di partenza per dire qualcosa di più generale. È come se proiettassi quello che vivo sul mondo, ma allo stesso tempo mi ci riflettessi dentro, e da lì nasce il pezzo. A volte, però, un brano non rappresenta necessariamente quello che penso nel presente. Spesso nasce da un pensiero, da uno stato mentale o da un concetto che in quel momento avevo bisogno di tirare fuori. Scriverlo mi serve anche a questo: esorcizzare certe sensazioni, attraversarle e in qualche modo superarle. In questo senso alcuni pezzi sono quasi una fotografia di un momento preciso, più che una dichiarazione definitiva di ciò che sono o penso oggi''.
Qual è il brano che vi rappresenta meglio in questo momento? ''Mi sento di citarne due. “Take Me to the Moon” forse rappresenta in modo più diretto e sincero tutto ciò che siamo stati fino a questo momento: è un pezzo che racchiude bene la nostra identità e il percorso fatto finora.
Allo stesso tempo, “Goodbye” rappresenta molto bene il cambiamento che stiamo vivendo. È un brano che si porta dietro la nostra identità iniziale, ma allo stesso tempo esplora un contesto nuovo: ci sono i synth, gli archi, e in generale è un pezzo ancora più dichiaratamente pop (seppur sempre in chiave indie pop lo-fi cameretta self made soft rock).
Sicuramente è anche uno spunto per quello che potremmo fare in futuro, perché onestamente abbiamo già voglia di esplorare nuovi generi e continuare a sperimentare. Restare fermi sarebbe quasi contro la natura stessa del progetto''.
“Useless” nasce come riempitivo: quando avete capito che funzionava davvero? ''Forse lo abbiamo capito veramente nei live in cui la gente era sempre molto presa dall’energia del pezzo. E poi il ritornello si lascia cantare''.
Quanto è importante oggi l’identità visiva per una band? ''Oggi è diventata fondamentale, nel bene e nel male. Non che prima non fosse importante: dopotutto, l’identità visiva, proprio come la musica, è comunicazione. Però oggi può davvero fare la differenza, anche a parità di qualità musicale, perché la musica si muove soprattutto sui social, che sono prima di tutto un mezzo visivo. Prima ancora di ascoltare un brano, spesso il primo contatto che una persona ha con una band passa dall’immagine: una copertina, un reel, una foto, in generale tutto l’immaginario social. Da un lato è una grande opportunità, perché ti permette di costruire un immaginario e arrivare subito alle persone; dall’altro rischia di diventare una trappola, dove conta più come appari che quello che fai davvero. Per noi è importante che anche l’estetica parli la stessa lingua della musica, senza diventare una maschera costruita. L’idea è che l’immaginario visivo accompagni il suono e ne amplifichi il mood, non che serva a vendere il nulla confezionato bene. Detto questo, è anche un aspetto su cui sappiamo di dover migliorare: facendo tutto da soli, a volte si finisce un po’ sopraffatti dagli impegni, e non sempre riusciamo a dedicarci all’identità visiva quanto vorremmo''.