Sono presenti 1498 interviste.

12/05/2026
HIRAM SALSANO & MARCELLO DE CAROLIS
''La musica popolare non è mai stata una performance unidirezionale, è nata per essere circolare...''

07/05/2026
DARIO CANAL
''Devi sempre ricordare da dove vieni per ritrovare la strada di casa...''

tutte le interviste


interviste

12/05/2026   HIRAM SALSANO & MARCELLO DE CAROLIS
  ''La musica popolare non è mai stata una performance unidirezionale, è nata per essere circolare...''

“Hirundini” sembra pensato anche per una dimensione immersiva dal vivo: come cambia il brano in concerto? "In concerto il brano smette di essere una 'registrazione' e diventa un organismo vivente. La struttura si dilata, si adatta all’acustica dello spazio e allo stato d’animo del momento. La componente improvvisativa, che io e Marcello coltiviamo molto, prende il sopravvento: il dialogo tra la mia voce e la sua chitarra battente si fa più serrato, quasi fisico. Dal vivo, ''Hirundini'' perde i confini del minutaggio radiofonico per diventare un rito collettivo, aprendo spazio al corpo e all’esigenza di muoversi e danzare liberamente, ed è qui che ritorna la funzione della nostra musica popolare".

Nei vostri live il rapporto con il pubblico è molto fisico e diretto: quanto conta per voi l’energia dell’ascolto condiviso? "È tutto. La musica popolare non è mai stata una performance unidirezionale; è nata per essere circolare. Il pubblico non è un testimone passivo, ma il generatore dell'energia che ci permette di spingere il suono oltre il limite. Sentire il respiro o il movimento di chi ci ascolta, ci dice dove andare. Senza quella tensione fisica e quell’energia condivisa, il nostro progetto perderebbe la sua radice più profonda".

L’uso di strumenti tradizionali come tamburello e cupa cupa qui assume una funzione quasi performativa: cosa succede quando questi suoni incontrano il palco? "Succede che il suono smette di essere solo uditivo e diventa tattile. Quando il tamburello o il cupa cupa entrano in scena sul palco, portano con sé una vibrazione ancestrale che colpisce direttamente lo stomaco. Non li usiamo come 'decoro' etnico, ma come motori ritmici che sfidano la modernità. Sul palco, questi strumenti diventano estensioni dei nostri corpi: il gesto tecnico si fonde con quello performativo, creando un impatto visivo e sonoro quasi ipnotico".

Il vostro percorso artistico sembra costruito sul dialogo continuo tra linguaggi differenti: sentite di essere ancora all’inizio di questa ricerca? "Sì, abbiamo la sensazione di aver appena scalfito la superficie. Il dialogo tra la sperimentazione vocale di Hiram e la visione di Marcello sulla chitarra battente è in continua mutazione. Ogni volta che pensiamo di aver trovato un punto d'arrivo, si apre una nuova strada, un nuovo modo di modulare il tempo e il suono. Siamo in una fase di esplorazione pura; la sensazione è quella di avere tra le mani una bussola che punta verso territori ancora non mappati".

Dopo “Hirundini”, cosa dobbiamo aspettarci dal disco in uscita? Sarà un’estensione coerente di questo immaginario o ci saranno ulteriori deviazioni? "Hirundini è la nostra dichiarazione d'intenti, il manifesto di questo immaginario. Il disco sarà sicuramente un’estensione coerente di questo mondo, ma non mancheranno le deviazioni improvvise. Ci piace l'idea di un percorso che non sia lineare: l'ascoltatore troverà momenti di estrema nudità acustica alternati a costruzioni sonore più dense e stratificate. Sarà un viaggio che, proprio come il volo delle rondini, non teme di cambiare".

Se doveste descrivere con un’unica immagine il viaggio sonoro di “Hirundini”, quale sarebbe? "Se dovessimo scegliere un'unica immagine, sarebbe quella di un nido costruito con il fango della nostra terra: il fango rappresenta le radici, la materia povera e antica della tradizione; la costruzione del nido è il nostro respiro, il canto, l'elemento vitale che tiene tutto insieme oggi. È una casa sospesa che sfida il vento, pronta a essere abbandonata per un viaggio e ritrovata l'anno dopo, identica ma diversa".