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19/05/2026   OCTOBER
  ''Accettarsi, con i propri difetti, con i propri errori, essere sé stessi anche quando gli altri ti considerano sbagliato...''

Il titolo "Dancing Like An Idiot" è anche il modo in cui descrivete il filo conduttore del disco, quella sensazione di sentirsi fuori posto. Da dove nasce questa immagine? ''Questo titolo rappresenta una presa di coscienza, è il momento in cui ti rendi conto che ti sei cambiato, modificato, contraffatto fino a diventare ciò che non sei pur di raggiungere qualcosa. Il problema che non sempre quel qualcosa è definito, e quindi ti ritrovi a comportarti come un idiota, a sacrificare te stesso e la tua vera essenza senza sapere davvero perché e per chi. ''Dancing like an Idiot'' ha però anche una valenza positiva, il fatto di accettarsi, con i propri difetti, con i propri errori, essere sé stessi anche quando gli altri ti considerano sbagliato''.

L'album racconta "la fatica di essere felici". È un tema che avete sviluppato consapevolmente durante la scrittura, o è emerso in modo naturale guardando indietro ai brani? ''Questo lavoro è uscito senza ragionamenti. È stato istintivo, un flusso di coscienza, sia a livello musicale sia a livello lirico. Riascoltando la tracklist ci siamo resi conto che disillusione, fatica e amore erano un po’ le tematiche ricorrenti nei brani. Nel disco non c’è però solo la fatica di essere felici, ma si parla anche della fatica di accettare l’infelicità, di affrontarla e rielaborarla. Noi alla fine lo abbiamo fatto cantando e suonando''.

Scrivere di dubbi, sofferenza e autocritica significa esporsi parecchio. Come avete gestito questa vulnerabilità in fase di scrittura? C'è stato un momento in cui avete pensato di tirare indietro? ''Ne faccio una questione di sincerità, che personalmente penso sia imprescindibile per poter creare qualcosa di vero, al di sopra del bello/brutto, funziona/non funziona. Avevamo bisogno di metterci in gioco, scrivere qualcosa che ci rappresentasse, che ci facesse conoscere e di riconoscerci per quello che siamo, di esporci per creare un contatto vero. Questo deve fare un artista, e noi abbiamo deciso di fare questo disco da artisti, lasciandoci andare e ascoltandoci senza troppe menate''.

Il vostro sound guarda agli Strokes, agli Interpol, ai Coldplay, tre band con un'estetica molto definita. Come avete trovato la vostra identità all'interno di questi riferimenti? ''Abbiamo cercato di imitarli ma senza riuscirci, da questo è venuta fuori la nostra identità. Abbiamo cercato di fare quello che ci piace, musica che sceglieremmo, che ascolteremmo in macchina. Per noi questi riferimenti sono diventati un linguaggio e lo abbiamo usato in modo naturale''.

Venite da esperienze in progetti molto diversi tra loro: Grandi Animali Marini, Il Fieno, NOA, Egokid. Quanto ha pesato questo bagaglio nella costruzione del suono degli October? ''Credo che ci abbia aiutato molto a livello di esperienza e consapevolezza. C’è un rispetto e una fiducia reciproca, con Paolo, Dario e Davide ci conosciamo da anni, abbiamo suonato insieme in diversi progetti, abbiamo imparato ad ascoltarci, a conoscerci e a seguirci nelle fasi di creazione, sempre lasciandoci andare, perché alla fine il riuscire a lasciarsi andare è una questione di fiducia''.

Il disco parla di sentirsi fuori posto e a un passo da ciò che si desidera, sensazioni molto urbane. Il contesto in cui vivete ha influito sul mood del disco? ''Molto. Milano, la nostra città, è diventata difficile, competitiva, ti mette alla prova su tutto. Ti da l’illusione di poter avere quello che vuoi ma non è così. Ci si mette anche la vita, responsabilità, tempo che passa e obiettivi che sono sempre a un passo da te. Il fatto è che spesso sono obiettivi imposti. Ecco, gli October sono il nostro tentativo di fermarci, di dire “aspetta un attimo”, riprendere fiato. Non abbiamo più voglia di rincorrere niente e nessuno. Almeno in questo cerchiamo di non subire, di non comportarci da “idioti”''.

"Per alcuni la musica resta il modo migliore per sentirsi un po' meglio" è una dichiarazione quasi programmatica. Gli October nascono anche come necessità personale prima che come progetto artistico? ''Gli October sono il tentativo di tornare agli inizi. La musica è sempre stata un’urgenza e le cose belle che ci sono capitate sono state figlie di questa urgenza. Quindi abbiamo cercato di tornare a quella sensazione li, a quel piacere di lasciarsi andare e farlo per il gusto di farlo ed essere quello che siamo davvero, con tutte le fatiche, le difficoltà ma anche le bellezze e i sogni che ci fanno ancora volare. Tutto questo deve venir fuori in qualche modo, è una necessità e noi lo facciamo così. Penso che questo si senta e soprattutto si veda quando suoniamo dal vivo. Siamo felici, ci svuotiamo di tutto, diamo tutto quello che abbiamo dentro. Torniamo sempre al “lasciarsi andare” che forse è il vero concept dell’album, essere sé stessi, accettarsi e andare avanti. Nel film “Amadeus” di Milos Forman Salieri diceva “Mediocri di tutto il mondo vi assolvo”. Faccio mia la frase: “Idioti di tutto il mondo, assolviamoci”.