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27/10/2026
27/10/2026 GIOVANNI LEO
''La tecnica e la conoscenza sono il binario, l'arte è il deragliamento controllato...''
''La pista ciclabile'' è il terzo singolo estratto da ''Giornate a righe'', album d'esordio del cantautore Giovanni Leo, scritto con il pianista Ilario Ferrari, e dal 15 ottobre ha un videoclip ufficiale su YouTube. Il brano è su tutte le piattaforme da prima, il video è un cortometraggio in animazione 2D che Leo ha curato con l'illustratore Marco Valensise, autore di tutti i disegni e delle animazioni.
Giovanni Leo è autore, producer e sound designer. Insegna tecnica del suono all'Istituto Cine-TV e ha firmato sound design e montaggio del suono per produzioni televisive e cinematografiche presentate alla Festa del Cinema di Roma. Il comunicato descrive il suo disco, uscito il 22 luglio, come un racconto che procede per immagini, e il video lo dimostra: un cortometraggio in bianco e nero e a colori, con cartelli d'epoca all'inizio, citazioni di inquadratura da Sherlock Jr. di Buster Keaton e un protagonista in bicicletta che è alter ego dell'autore.
Il comunicato racconta come procede la storia: un personaggio con le All Stars blu, un cappello pork pie, il sorpasso di Gino Bartali, un jazz club anni Venti con tre coriste e un finale in cui i percorsi si moltiplicano fino al cartello The End. Leo presenta la pista ciclabile come una traiettoria mentale, in cui il bisogno di mettersi in scia convive con il desiderio di trovare una corsia solitaria.
Giornate a righe ha nove tracce. I testi alternano ironia, cultura pop e domande esistenziali, e il vocabolario va dalla Beat Generation all'omaggio esplicito a Paolo Conte, passando per Tim Burton e per figure come Oriali. Nel disco compare anche una citazione dall'XI canto del Paradiso, letta da Max Cutrera. ''AI-KO'' mette in scena le paranoie di un androide e Nove Nove, da cui arriva il rospo che compare nel video, appartiene allo stesso piccolo universo di personaggi. Le illustrazioni dell'album sono di Martina Salvaterra.
Il disco è stato registrato alla Groove Farm di Roma da Davide Abbruzzese. Leo si è occupato di editing, sound design e produzione in studio, Ferrari di musica e arrangiamenti.
In questo singolo la forma canzone d'autore si sposa con il ragtime, il jazz stile New Orleans e la musica da camera. Come è nato questo equilibrio sonoro così ricco e stratificato per ''La pista ciclabile''? ''''La pista ciclabile'' non nasce come un'operazione a tavolino per fare sfoggio di virtuosismo, ma come l'evoluzione naturale di un riff di pianoforte di Ilario Ferrari unito alle mie pedalate sulle ciclabili di provincia: percorsi spesso improbabili, a tratti surreali, dove ti ritrovi a compiere manovre rocambolesche sentendoti il protagonista di una comica slapstick.
Il ragtime garantisce la spinta ritmica (le gambe che girano sui pedali), la musica da camera degli archi apre l'orizzonte e regala il respiro cinematografico, mentre il jazz in stile New Orleans con i cori alleggerisce il passo: è il ritornello, l'apertura melodica pura, dove parole e melodie definiscono la narrazione e la dimensione pop del pezzo. Immagina una canzone scritta e concepita come poteva accadere negli anni Trenta, ma riletta con la consapevolezza sonora di oggi''.
La collaborazione con Ilario Ferrari è centrale: oltre al pianoforte e al cajón, ha curato gli arrangiamenti e interpretato lui stesso le tre voci femminili dei cori in stile Trio Lescano. Com'è nato questo intimo affiatamento creativo? ''L'intesa con Ilario affonda le radici molto indietro nel tempo: ci conosciamo praticamente da una vita. Siamo partiti suonando insieme nei live club romani con una formazione rock-pop, siamo passati per gli anni condivisi di lavoro e produzione in studio alla Garbatella, per poi approdare a quello che alla stampa piace definire "l'asse Roma-Londra".
Come ho già accennato altrove, il rifiuto categorico del "compitino" è una costante con cui devi fare i conti ogni volta che coinvolgi Ilario in un progetto: ha un'esigenza creativa sempre accesa, non si accontenta mai. L'omaggio agli anni Trenta richiedeva una precisa armonizzazione vocale retrò. L'intuizione geniale, che all'inizio sembrava quasi una prova provvisoria per gioco, è stata questa: invece di ingaggiare tre turniste, Ilario ha inciso lui stesso le tre voci in falsetto, sovrapponendole traccia su traccia. Ha creato così un colore timbrico unico, teatrale, vintage, capace di evocare il Trio Lescano senza scivolare nell'effetto-cover. Nel contesto del brano funziona alla perfezione: è quel tocco di ironia che ti ricorda di non prenderti mai troppo sul serio''.
Il brano vede la partecipazione del contrabbasso di Edoardo Bombace e degli archi dell’Ondanueve String Quartet. In che modo l'esperienza da sound designer ti aiuta a gestire un ensemble così complesso senza perdere la freschezza dell'esecuzione acustica? ''Il sound design è, prima di tutto, progettazione dell'architettura sonora. Non serve ad aggiungere effetti speciali a caso, ma a "fare spazio", a costruire una visione acustica coerente con la narrazione emotiva. Pensa a come Walter Murch — il primo professionista accreditato come sound designer nella storia del cinema — è riuscito a orchestrare e far convivere la complessità sonora di ''Apocalypse Now'' per Coppola. In fase di mixaggio con Eugenio Vatta, l'obiettivo prioritario era far respirare la materia fisica, il legno degli strumenti: il contrabbasso di Edoardo, i violini, la viola e il violoncello degli Ondanueve. Volevamo evitare a tutti i costi di schiacciarli sotto la compressione digitale moderna. L'ensemble suona vivo proprio perché la dinamica è rimasta intatta. La voce principale emerge nitida per restituire il senso del testo; le mie sovraincisioni intervengono come rinforzo o variante timbrica, mentre i cori in falsetto non prevaricano mai la linea solista: l'accompagnano e la commentano, esattamente come accade nell'animazione del videoclip. Una visione d'insieme del suono ti fornisce gli strumenti ideali per far dialogare timbri e mondi apparentemente distanti''.
Hai una solida esperienza nel rock d'autore con i VST e anni di lavoro dietro al banco regia. In che modo il tuo bagaglio tecnico influisce sul tuo modo di scrivere ed esibirti come cantautore? ''L'esperienza viscerale della sala prove con i VST e l'impatto con palchi importanti — come le finali a Milano di Rock Targato Italia, ma anche i palchi angusti dei club dove impari a suonare a gomiti stretti — mi hanno insegnato la tenuta fisica, l'energia e il senso della misura dal vivo.
Il banco di regia, d'altra parte, ti abitua a osservare la musica come un quadro complessivo. Dietro al vetro impari tantissimo: analizzi i dettagli, correggi gli errori altrui, impari a guidare una squadra e, contemporaneamente, alleni te stesso (sperando di non fare la fine dell'Oronzo Canà del mio brano ''Orizzonti Medi''!). Scrivere oggi, e in particolare all'interno di un'opera articolata come ''Giornate a Righe'', significa concepire la voce non come una "star" isolata sopra una base d'appoggio, ma come uno strumento in contrappunto, perfettamente incastrato nell'architettura sonora d'insieme''.
Verso la coda del brano, la struttura musicale evolve verso un "caos ordinato". Qual è il confine, per te, tra la precisione della produzione sonora e l'imprevedibilità dell'espressione artistica? ''È una riflessione che tocca da vicino il cuore del mio metodo di lavoro: un continuo confronto che evolve verso una forma compiuta seguendo binari solidi. La tecnica e la conoscenza rappresentano il binario; l'arte è il deragliamento controllato. Il sound designer edifica una gabbia millimetrica di frequenze, millisecondi e dinamiche; poi, sul finale, spalanca deliberatamente la porta all'errore umano, al pensiero divergente, alle dissonanze stravinskiane e alla rottura dei canoni. Senza la precisione tecnica il caos diventa solo rumore informe; senza l'imprevedibilità la precisione resta un freddo esercizio di stile al computer.
Verso la chiusura del brano, la musica e l'immagine abbandonano la linearità rassicurante della pista ciclabile. Le figure e i percorsi sullo schermo si moltiplicano geometricamente in un caos rigorosamente progettato: il contrabbasso incalza rompendo i confini della forma canzone, i cori perdono la grazia rassicurante delle Lescano per trasformarsi in armonizzazioni avanguardistiche di tenori e baritoni — a simboleggiare l'infinità di bivi e distrazioni che la modernità impone alla nostra traiettoria mentale. Poi, di colpo, tutto si ricompone. Avviene una decisa sottrazione sonora: la dinamica scende, si torna al pianoforte vintage rallentato, al grammofono graffiato e al ritmo della catena. Il sipario teatrale cala fisicamente sulla scena, chiudendosi sul cartello in bianco e nero: "THE END"''.