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''Controluce'' è il primo album dei Sokind, uscito il 25 settembre 2026: dieci tracce per poco più di mezz'ora, tutte in italiano. Il progetto è di Vicenza, attivo dal 2023, e ha due componenti: Massimiliano Lorenzin, che scrive e canta, e Lorenzo Milan, che produce musica da anni. Le prime uscite del duo erano in inglese. Il passaggio all'italiano è arrivato perché, per Massimiliano, la propria lingua permette testi più precisi. L'elettronica resta alla base della produzione, ma ora si confronta con una scrittura più vicina alla canzone italiana. I temi sono le relazioni, intese in senso ampio: rapporti finiti, legami rimasti sospesi, attrazione, distanza. Altri brani guardano alla solitudine, all'identità, alla memoria e al modo in cui si prova ad andare avanti dopo un periodo difficile. Non c'è una storia unica che attraversa il disco, ogni traccia parte da una situazione diversa. ''Sale nell'acqua'' parla del momento in cui ci si accorge che una relazione è arrivata alla fine e che insistere non migliorerebbe le cose. ''Temporale'' lavora sulla distanza tra ciò che si vive dentro e ciò che gli altri vedono, con una produzione che evita di seguire in modo ovvio il peso del testo. ''Errori ben riusciti'' racconta un'attrazione che resiste anche quando il resto della relazione non regge. In ''Allora ciao'' il "non mi importa" e il "mi importa" convivono nel periodo che segue una separazione. Il lavoro è rimasto tutto dentro il duo. Scrittura, composizione, produzione, arrangiamento, registrazione, voci, programmazione, mix e master sono di Massimiliano e Lorenzo, che hanno curato insieme anche artwork e fotografie. I ruoli non sono separati in modo rigido: i brani passano più volte da entrambi e testo, melodia e arrangiamento cambiano lungo il percorso. Lo stesso metodo vale per i dieci Official Visual, uno per traccia, girati nello stesso set con camera fissa e azioni diverse, con i testi che compaiono sincronizzati come battuti da una macchina da scrivere.

''Controluce'' dura poco più di mezz'ora distribuita su dieci tracce: una struttura molto compatta in cui nessun brano sembra di troppo. Come avete lavorato sulla selezione e sulla durata dei pezzi per mantenere questo ritmo? ''All'inizio ''Controluce'' avrebbe dovuto avere otto tracce. Durante la lavorazione alcune idee sono uscite dal progetto, altre sono nate da zero e la tracklist ha continuato a cambiare fino a trovare la forma definitiva. Sulla durata dei brani, in realtà, non ci poniamo troppe regole. Ci interessa molto di più evitare che una parte diventi ripetitiva o che rimanga dentro un pezzo senza aggiungere davvero qualcosa. Solo in pochissimi casi abbiamo tagliato sezioni in maniera evidente: ''Fantasmi'', forse, è uno degli esempi più chiari. La compattezza dell'album è quindi venuta fuori abbastanza naturalmente. Ci piace l'idea che un disco finisca lasciando ancora voglia di rientrarci, invece di arrivare alla fine già saturo. C'è anche almeno un brano che abbiamo lasciato fuori perché sentivamo che si discostava troppo dal flow complessivo. Non sappiamo ancora cosa ne faremo, ma potrebbe - e sottolineiamo potrebbe - diventare un singolo in futuro''.

Il disco si apre con ''Respirare'' e si chiude con ''Ricordi'': due brani che affrontano la presenza e l'assenza in modi molto diversi. C'è una volontà precisa nel posizionare questi due estremi all'inizio e alla fine del lavoro? ''Non c'era una volontà simbolica precisa nel mettere ''Respirare'' all'inizio e ''Ricordi'' alla fine. La scelta è nata soprattutto da come volevamo far entrare l'ascoltatore nel disco. ''Respirare'' ci sembrava il brano giusto per aprire perché, a livello di suoni e arrangiamento, sta esattamente nel mezzo tra le due anime di controluce: non è né troppo indie né troppo elettronico. Ci dava l'impressione di chiarire subito il nostro linguaggio, quasi come dire: "ok, questo è il territorio in cui ci muoviamo". ''Ricordi'', invece, è probabilmente uno dei brani a cui siamo più legati in assoluto e, tra tutti, è quello che racconta in maniera più netta il tema della mancanza. Ci piaceva semplicemente l'idea di chiudere il disco così, con quella produzione più minimale e con un brano che per noi ha un peso particolare. Il contrasto tra presenza e assenza che si può leggere oggi tra i due estremi ci piace, ma sarebbe poco sincero dire che lo abbiamo progettato fin dall'inizio. È una di quelle letture che emergono dopo, quando il disco è finito e inizi anche tu a guardarlo da fuori''.

Nel brano ''Controvento'' si parla di un processo graduale per fare pace con le proprie fragilità e smettere di essere i propri avversari. Quanto c'è di personale in questo percorso e quanto appartiene a una riflessione più generale sulla vostra generazione? ''''Controvento'' nasce prima di tutto da qualcosa di personale. Parte da quelle relazioni in cui, più o meno apertamente, ti senti dire continuamente che qualcosa di te non va bene: "non dovresti fare così", "non mi piaci quando sei così", anche attraverso frasi molto più sottili. A un certo punto quella pressione stanca. E lì entra una specie di attitudine punk: smetti di chiederti continuamente come dovresti essere per andare bene agli altri e inizi a domandarti da quale presunta altezza di perfezione qualcuno possa sentirsi autorizzato a definirti. Quando parliamo di essere i propri avversari pensiamo soprattutto alle aspettative, a quelle degli altri ma anche a quelle che finiamo per interiorizzare. Il confronto, i social, il lavoro e le relazioni possono sicuramente amplificare questa sensazione, anche se il brano non è nato con l'idea di rappresentare una generazione. L'accettazione, inoltre, non è completa. È ancora un processo. Forse è proprio questo il punto: Controvento non racconta qualcuno che ha risolto tutto, ma qualcuno che comincia a smettere di chiedere continuamente il permesso di essere sé stesso. Se c'è una parte che sentiamo più universale, è quella voglia di rivalsa: a un certo punto mandare a quel paese certe aspettative e riprendersi un po' di spazio''.

Parlate spesso di come l'esperienza reale sia solo la scintilla iniziale per poi lasciare spazio alla canzone. Quanto di voi c'è davvero in questo disco e quanto c'è di finzione narrativa funzionale al brano? ''Diremmo che ''Controluce'' è decisamente più autobiografico che di finzione. Dentro il disco ci siamo noi, il nostro vissuto e situazioni che abbiamo attraversato direttamente o molto da vicino. La parte narrativa entra soprattutto quando una storia deve diventare una canzone. Cambiamo dettagli, tempi, luoghi e spesso fondiamo più episodi reali all'interno dello stesso brano. Da una parte serve a proteggere le persone coinvolte, dall'altra ci diverte anche lasciare piccoli riferimenti che magari soltanto qualcuno può riconoscere e chiedersi: "sta parlando proprio di quella cosa?". Ci sono anche elementi che abbiamo scelto consapevolmente di non raccontare. E su quelli, probabilmente, è meglio fermarci qui. La finzione quindi non serve tanto a prendere le distanze da quello che abbiamo vissuto, quanto a renderlo più universale. Partiamo da qualcosa che appartiene a noi, ma il punto è far sì che a un certo momento smetta di essere soltanto nostro e possa diventare anche di chi ascolta. Se chi ci conosce bene riesce a riconoscere alcune storie dietro le canzoni, in fondo ne siamo anche contenti''.

Ora che il disco è fuori e le dieci tracce sono a disposizione del pubblico, cosa vi augurate che rimanga a chi si mette all'ascolto di ''Controluce''? ''Ci auguriamo che rimanga qualsiasi cosa, purché non sia un ascolto completamente passivo. Può essere un sorriso, uno sguardo fisso nel vuoto, una lacrima. Può essere la voglia di scrivere a qualcuno, di chiedere scusa, di fare pace con una persona perché magari, guardando le cose da lontano, ti accorgi che la causa di quella distanza era molto più piccola di quanto sembrasse. Oppure semplicemente la voglia di dare un abbraccio. Ci piacerebbe sicuramente che controluce fosse un disco a cui tornare. Non necessariamente perché ogni ascolto debba insegnare qualcosa, ma perché in momenti diversi la stessa canzone può assumere un significato diverso. E se qualcuno ci scrivesse che un brano sembra parlare proprio di lui o di lei, sarebbe probabilmente una delle cose più belle che potremmo sentirci dire. Vorrebbe dire che qualcosa nato dal nostro vissuto è riuscito a uscire da noi e a diventare anche di qualcun altro''.