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16/02/2017   PETER PIEK
  ''Ecco ''+'': tante canzoni d'amore dal significato universale...''

"+" è un titolo piuttosto minimalista che può significare molte cose: nel caso del tuo nuovo album, che significato ha? «Significa davvero tante cose ed è proprio questo che mi piace, che non abbia una definizione troppo precisa: è un simbolo positivo, aperto a varie interpretazioni. È anche l'incontro di due linee, è un segno che uso spesso anche nella mia arte. E via discorrendo».

Riguardo alla realizzazione dell'album: quanto tempo c'è voluto per comporre e incidere i brani? «Un sacco di tempo. Mi ci vuole sempre molto tempo, perché non sono mai a casa per periodi lunghi di tempo, quindi le registrazioni vengono interrotte in continuazione, vado in tour, torno, registro ancora. Inoltre, col passare del tempo capita che cambi idea sulle canzoni, che arrivino nuove idee, e quindi poi le devo registrare di nuovo o crearne nuove versioni. Per ''+'', nello specifico, mi ci sono voluti quasi tre anni».

Qual è la proporzione tra le sonorità pop-rock e quelle più marcatamente elettroniche all'interno dell'album? «L'interesse per la musica elettronica è abbastanza recente: già faceva capolino in qualche brano del mio precedente album, ''Cut off the dying stuff'', ma solo negli ultimi due anni mi ci sono addentrato. E lo si può chiaramente avvertire in ''+'', canzone dopo canzone i suoni hanno preso una direzione più elettronica. Direi per un buon quaranta percento dell'album».

Tu sei un musicista e anche un pittore. Hai iniziato a suonare e dipingere nello stesso momento? Hai fatto studi particolari o, in entrambi gli ambiti, sei autodidatta? «Ho iniziato a scrivere canzoni e dipingere più o meno nello stesso periodo, quando avevo quindici, sedici anni. Qualche anno prima avevo imparato a suonare il piano prendendo delle lezioni, ma ho imparato da solo a suonare la chitarra e la batteria e a dipingere... E a comporre canzoni, che è un po' più difficile che suonare e basta».

Hai parlato di "+" come di un album pieno di canzoni d'amore... «Di base sono tutte canzoni d'amore, è vero. Ma non sono tutte dedicate a qualcuno in particolare, parlano della vita, di una condizione generale di cui molte persone hanno esperienza. Anche "I want you", che è stata scritta per una persona specifica: chiunque può leggere il testo e in qualche modo immedesimarsi o stabilire un legame personale con la canzone».

Sei attualmente in tour in Italia, e non per la prima volta. Quali sono le differenze principali, se ci sono, tra il pubblico del Bel Paese e gli altri fan in giro per il mondo? «Non credo riguardi molto il paese ma il tipo di posto in cui si suona a far cambiare l'effettiva percezione della musica e di conseguenza il comportamento del pubblico: se suoni in un teatro, o in un bar, o in un posto in cui le persone hanno dovuto pagare per ascoltarti, saranno tutte situazioni molto diverse. Non ci si può aspettare che la gente ascolti in religioso silenzio la musica, ad esempio, in un pub in cui si mangia o si beve. E questo prescinde le specificità di ogni paese».

Cosa vuoi trasmettere durante le performance dal vivo e cosa ti aspetti di ricevere dal tuo pubblico? «In realtà cerco di non avere troppe aspettative o progetti per i live, a parte fare un assolo di chitarra salendo su un tavolo a ogni concerto. Penso non serva a niente aspettarsi qualcosa. E quando suono, cerco semplicemente di far conoscere la mia musica e vedere cosa succede, adeguandomi di volta in volta».