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05/11/2017   FRANCO MUSSIDA
  ''La chitarra come mezzo per far vivere emozioni forti, immagini e sentimenti...''

Quando penso a Franco Mussida penso ad un grande artista che, di certo, non ha bisogno di presentazioni e di tanti preamboli e che ho conosciuto attraverso la sua musica nel 1993 (avevo appena 16 anni) e che ho avuto l’immenso piacere e la fortuna di incontrare, alcuni anni dopo, in varie esibizioni live. Una presenza costante e quotidiana nella vita del sottoscritto, in grado di trasmettere emozioni indelebili. L’incontro di alcuni giorni fa con Franco avviene all’improvviso, quando mia moglie (educatrice in un Istituto Penitenziario) mi ha chiesto di essere accompagnata al CPM per un incontro con Franco, per capire un po’ più da vicino le dinamiche di un progetto interessante (ci sarà modo di parlarne più avanti). Siamo stati accolti da Franco con immensa gentilezza, cordialità e disponibilità e da qui l’idea, buttata lì all’improvviso, di realizzare un’intervista per i nostri cari lettori di Music Map. Ed è in questo contesto che a Franco chiedo:

Caro Franco, potresti darci una tua definizione di Musica? ''Caro Angelo, è un po’ come chiedermi di dare una definizione di Universo! E’ complicato. E’ una materia invisibile che ci serve per esprimere artisticamente ciò che siamo interiormente: l’identità affettiva di chi la produce. Si potrebbe definire “Amore vibrante organizzato”...''

Fare musica è un mestiere o vivere una missione a cui si è chiamati per vocazione? ''Mi pare che fu Confucio a dire “trova un mestiere che ami e non lavorerai neanche un giorno nella tua vita”. Amare un mestiere significa averlo nel sangue. Se lo hai nel sangue vuol dire che hai la vocazione per quel mestiere. Io amo la Musica, il suo mistero, e ciò che rappresenta''.

Nella tua lunga carriera di musicista, ma anche di studioso e di docente, hai messo la tua arte e creatività a servizio di tutti. Ma su persone particolari hai deciso di dedicare particolari energie. Mi riferisco ai detenuti nelle carceri italiane e prima ancora agli ospiti delle comunità (come quella Exodus). Vuoi parlarci di questa esperienza? ''Nei libri “La Musica Ignorata” e “Le chiavi nascoste della Musica” racconto dei principi che fanno della Musica uno straordinario codice per la comunicazione degli affetti. Dal 1988, anno in cui ho iniziato a sperimentare la Musica nelle carceri, ho capito che quello era il posto migliore per osservare lo straordinario potere emotivo della Musica. Un potere che, usato nel modo dovuto, aiuta le persone, non solo i detenuti, a mettere ordine nel caos interiore e nella sofferenza emotiva. Il carcere è un luogo estremo in cui è possibile sperimentare cose che, affinate, possono poi entrare nel costume corrente. La gente che sta in galera è uguale a noi, con guai da pagare alla giustizia e un’interiorità devastata. Se impariamo ad aiutare loro impariamo anche ad aiutare chi sta fuori''.

Un interscambio importante, un dono vicendevole e gratuito. Cosa pensi di aver donato ai detenuti? E loro cosa ti hanno lasciato? ''Senza alcun buonismo, che non è prerogativa di questo progetto scientifico- Artistico, ci sarebbe prima da chiedersi cosa ho ricevuto... Posso dire tutto il valore che sta in migliaia di incontri con persone in cerca di sé stesse come me. In cerca di un loro equilibrio esistenziale che passa dal trauma della detenzione, di una motivazione per campare, per sopravvivere o per capire come va la vita... che misteri nasconde. Io ho provato e provo a raccontare loro, con sincerità, la mia passione per la Musica e per il mistero che la avvolge. Loro mi hanno dato la disponibilità a provare ad aprirsi, a mettersi in gioco emotivamente, a collaborare in laboratori e sperimentazioni. E infine mi hanno nutrito con il loro stupore, la loro meraviglia. E’ un aiuto forte che mi convince a continuare''.

Cosa è il Progetto Co2? Ce ne vorresti parlare? ''Sintetizzando si potrebbe dire che lo scopo di Co2 e’ aiutare a vincere la carcerazione interiore (frase offerta da un detenuto del carcere di Secondigliano dopo due anni di frequenza). Restituire alla persona il senso del valore del mondo dei suoi sentimenti, rimettendolo al centro della propria vita. Aiutarla a star meglio con sé stessa e per conseguenza con gli altri. Concorrere a rendere la persona detenuta migliore di quando è entrata in carcere. E’ un progetto complicato… E’ stato sperimentato per tre anni in quattro carceri. Ora è in 12. Il suo cuore è una particolare educazione all’ascolto della Musica attraverso audioteche in cui è inserita solo Musica strumentale divisa per stati d’animo prevalenti''.

Il CPM è una tua creatura. Altro esempio di un “servizio missionario” stavolta rivolto ai giovani. Son passati oltre trent’anni dalla fondazione di questo importante istituto musicale. Come si è evoluto in tutti questi anni? ''Non ho missioni evangeliche da compiere, ma visioni e sogni da concretizzare, cose utili da far vivere tutti i giorni. Nel 1984 in Italia le scuole di Musica Popolare contemporanea stavano nei sottoscala dei negozi di strumenti Musicali, con insegnanti improvvisati che si inventavano la didattica perché non c’era quasi nulla. Il CPM è stato un esempio per tutto il paese. Nel 2004 i metodi di tecnica strumentale li vendeva anche il cartolaio. Allora abbiamo cominciato a formare musicisti e non più solo strumentisti. Lo abbiamo fatto creando impegnativi percorsi multidisciplinari. Quest’anno il CPM ha avuto il riconoscimento dal Ministero. I nostri corsi di strumento e canto sono parificati a quelli dei Conservatori italiani. Ma noi abbiamo un’esperienza e un contatto con il mondo del lavoro che loro non hanno. Noi lavoriamo nel mondo della Popular Music da 33 anni, in modo esclusivo, con strumentazioni, insegnanti e una struttura tutta dedicata a questo. L’istituzione lo fa solo da qualche anno, dovendo anche convivere con tutto il resto della formazione, classica etc… Oggi arrivano da noi ragazzi da tutt’Italia. Il CPM è diventato una casa dei mestieri della Musica. Puntiamo a offrire occasioni per incentivare la creatività dei ragazzi, aiutarli ad avere coraggio a credere in sé stessi, offrirgli concrete opportunità e contatti di lavoro''.

Il panorama musicale odierno non è uguale a quello dei tuoi esordi. In cosa è migliorato e in quali aspetti è peggiorato? ''Tutto cambia tranne la voglia di Musica dei ragazzi. Negli anni '70 era più chiara la scelta di che Musica fare, cosa offrire al pubblico dell’epoca. I modelli erano pochi. Oggi scegliere un pubblico e farsi suo rappresentante è più complicato. C’è così tanta possibilità di scelta che è più facile perdersi cercando assonanze tra le mille correnti artistiche esistenti. C’è un’offerta esagerata di opportunità, di correnti artistiche da ascoltare, di informazioni di tutti i tipi che spesso non si sposa con la qualità. C’è tanta voglia di esprimersi ma poca dedizione e rigore per preparare progetti che sappiano davvero stupire. In giro c’è una confusione emozionale che ostacola la comparsa di progetti artistici che si distinguono per chiarezza di intenti e personalità. Tutto assomiglia a tutto… e ciò rende questo tutto, spesso noioso e già sentito''.

Cosa hanno oggi i giovani che la tua generazione non aveva e viceversa?… Cosa manca ai giovani di oggi rispetto ai ragazzi che eravate voi? ''I ragazzi di oggi hanno tutto quello che avevamo noi. Ma noi eravamo molto più ottusi e meno condizionabili di loro. L’ottusità consisteva in una più spiccata propensione al sogno, e a una visione della vita che va oltre l’analisi anche iper meticolosa della cronaca quotidiana. In una parola in quei tempi c’era più poesia''.

Nei tuoi studi ti sei occupato di comunicazione musicale, di quel legame che si instaura tra musicista e ascoltatore, di mostre esperenziali. Hai pubblicato dei libri interessanti sul potere della musica (giusto per citarne qualcuno ''La Musica Ignorata'', ''Suono di Sole'', ''Le chiavi Nascoste della Musica''). Cos’altro manca a Franco Mussida nella realizzazione di progetti artistici e personali? ''Manca tornare a parlare con la chitarra, far crescere il CPM Music Institute, creare un’area formativa dedicata a musicisti consapevoli ed agli operatori che lavorano nel mondo del disagio sociale e dell’handicap, finire un libro a cui tengo tanto, occuparmi della prossima mostra. Chi mi conosce sa che non sono mai stato solo un chitarrista. Capisco poco chi, anche tra gli addetti ai lavori, vorrebbe ridurmi solo a questo. La chitarra per me è sempre stata il mezzo per creare Musica, scrivere canzoni, far vivere emozioni forti, immagini e sentimenti. Sono uno che ha scritto e scrive sia Musica che parole, arrangia, canta. L’ho fatto per decenni per aiutare a dare un’identità artistica a chi ha lavorato con me, ora lo faccio solo per me stesso. Il 2018 è uno dei miei compleanni. Proverò a farmi un regalo...''.

E credo che sia un regalo che fai a tutti coloro che ti amano… quindi non ci resta che vivere la trepidante attesa di vederti presto “On the Road”. A nome di Music Map ti ringrazio per la tua grandissima disponibilità nel regalarci parte di te e del tuo tempo. (Angelo Torre)