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27/12/2006   PLANET FUNK
  La nostra è 'musica fisica'

Camminando nelle vicinanze di un traliccio dell’alta tensione si può sentire un rumore, un fruscio inconfondibile che è il suono prodotto dall’elettricità trasportata dai cavi. Miliardi di elettroni che corrono velocissimi per raggiungere ogni tipo di macchina, mettere in funzione un frullatore, accendere una lampadina, o dare potenza ad un amplificatore. Alcuni di questi elettroni, molti a dire il vero, sono sbucati a Napoli, in uno studio di registrazione affacciato sul mare di Posillipo, e sono diventati “Static”, il nuovo, fulminante disco dei Planet Funk. Marco Baroni, Domenico GG Canu, Sergio Della Monica e Alex Neri li hanno trasformati in 10 tracce, potenti e scarne che esplodono in pancia più che nel cervello. “Musica fisica” la definisce Sergio, “che viene dallo stomaco. Fatta più di sostanza che di produzione. Registrata utilizzando la tecnologia più avanzata così come macchine vecchie, vintage e un mixer otto tracce anziché le solite 16 o 32”. Risultato? Un suono atipico che guarda al futuro senza scordare il passato, musica da esportazione lontana mille miglia dallo stereotipo di melodia e ritornello. Sapete di essere i meno italiani tra i gruppi italiani? “Ci sembra già strano essere un gruppo, ma così è! Planet Funk sono una band, quattro persone che si ritrovano per fare musica, ognuno con i suoi aspetti e conoscenze, ma tutti con dei riferimenti comuni che vengono da realtà diverse da quelle nazionali. La melodia è parte del dna di ciascuno di noi, ma non c’è solo quella. C’è il funky, l’afro beat, il krautrock tedesco, l’house music e tutte le altre influenze che derivano dalla scelta di appartenere ad un vero e proprio villaggio globale”. Un pianeta, il Planet Funk, aperto alle collaborazioni intese come esplorazioni, viaggi in mondi sonori diversi che vanno dai New Order a Jovanotti. Senza confini? “Intendiamo le collaborazioni solo come reciproci scambi. E con Lorenzo è da sempre così, sia quando siamo noi a lavorare per lui (i Planet hanno prodotto due brani dell’ultimo disco di Jovanotti), sia quando è lui a venire da noi. Perché Lorenzo è uno che non si fa delle pippe e questo è fondamentale per instaurare un buon rapporto sia umano che creativo. In 'Big Fish', l’abbiamo chiamato per fare un esperimento, e creare un pezzo che sembri pop pur non essendolo per niente. Con i New Order è stato lo stesso: a parte il fatto che siano stati loro a chiamarci, il nostro remix di 'Waiting For The Sirene’s Call' è il risultato della libera interazione tra diverse persone che cercano insieme di creare un suono”. Un suono, quello di 'Big Fish', che potrebbe chiamarsi deep dub? “Bella definizione! Noi però lo chiamiamo sticky pop, incontro tra l’anima pop di Lorenzo e la nostra, di radice electro. Un esperimento che avevamo già provato remixando la sua 'Falla Girare' e, secondo me veramente ben riuscito in 'Mambo Jambo', che è diventata una canzone visionaria, quasi felliniana”. Quali visioni invece suggerisce 'Static', la canzone che da il titolo al disco ma che, stranamente, non è il singolo scelto per rappresentarlo? “'Static' è una traccia decisamente non tradizionale, non ha un ritornello, ed è come un pugno nello stomaco. Usarla come singolo ci sembrava pretenzioso. Ciò nonostante è anche quella che più rappresenta l’intero disco. E’ pura energia. E’ elettrostatica”. (Luca Campana - Newsic)