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30/03/2018   ZAGREB
  ''La sperimentazione e la contaminazione hanno disgregato le definizioni...''

Anticipato dal singolo “Nel Buio”, è uscito in cd ed in digitale il 26 gennaio 2018 il nuovo e secondo album “Palude” degli Zagreb, distribuito e promosso da Alka Record Label. Abbiamo intervistato la band veneta e ci hanno raccontato il loro percorso artistico, come è nato il nuovo disco, i loro gusti in fatto di musica ed i progetti per il futuro.

Mi raccontate un po’ del vostro percorso artistico? Avete dei punti di riferimento? ''Gli Zagreb nascono da un coacervo di esperienze pluriennali. Ognuno di noi ha alle spalle almeno vent’anni di musica indipendente/no-cover sentita, pensata, scritta e suonata. I generi da cui proveniamo non sono uniformi ma tutti si rifanno all’alveo del rock di matrice moderna. Si va dal punk al garage, dall’indie all’alternative finanche al rock blues più roots. Gli ascolti sono ancora più eterogenei perché oltre a quanto già citato aggiungiamo le nuove derive contemporanee dense di suoni elettronici e tutto quello che di nuovo viene proposto nel panorama mondiale. Se dobbiamo comunque fare dei nomi che mettano noi quattro d’accordo abbiamo Foo Fighters, Placebo, Biffy Clyro, Afterhours, Editors, etc…''.

Che genere fanno i Zagreb? ''Non amiamo essere incasellati in un genere e non ci piace molto che questo venga fatto da altri per due motivi principali. Il primo è che questo limita la potenziale deriva creativa (“ma gli Zagreb non facevano quel genere là… Perché adesso fanno punk?” per esempio), il secondo perché oramai i generi hanno allentato i confini, la sperimentazione e la contaminazione hanno disgregato le definizioni e comunque sono troppo spesso opinabili. Per qualcuno siamo alternative, per altri siamo rock-pop mainstream, per altri addirittura siamo heavy per i suoni che usiamo''.

Come sono nate le tracce che ascoltiamo nel nuovo lavoro? ''I brani di ''Palude'' non hanno una genesi particolare che li differenzia da quelli precedenti. Il brano solitamente nasce da una intuizione di Alessandro (cantante), che fissa testo e una melodia che viene poi sezionata in sala da tutti e quattro e resa “figlia di Zagreb”. A volte stravolgiamo l’idea originaria, altre volte le restiamo abbastanza fedeli. In altri casi il brano nasce da una jam, o ancora viene sviluppato attorno ad una tematica proposta dalla band. I brani di ''Palude'' sono comunque accomunati da un sottile filo rosso legato alle tematiche trattate. Sono una fotografia della vita di Zagreb e dei suoi componenti scattata nel momento in cui sono stati scritti. Raccontano esperienze personali o accadute attorno a noi e concorrono a formare quel microcosmo di vita, magnificamente tragica e incredibilmente splendida che vive al di sotto del pelo dell’acqua della Palude, appunto''.

Qual è la vostra personale visione dell’attuale scena musicale italiana? ''''Palude'' è anche il nostro manifesto sullo stato dell’arte e in particolare della musica. Crediamo che non esista più un “percorso” che porti dalla gavetta a palchi più importanti o addirittura a premiare chi veramente vale. E non lo pensiamo perché ci riteniamo tali ma perchè vediamo un panorama “alternativo” arido fatto per la maggior parte da proposte che sono la fotocopia l’uno dell’altra solo perché quella proposta “va di moda”. La novità non viene considerata se controcorrente, a meno che non si tratti di quel mondo che adora le cose strane, quelle difficili da ascoltare, quelle snob e a volte pure cacofoniche ma che “fa figo ascoltare”. La scena mainstream non la consideriamo neanche… i talent hanno ingrassato le case discografiche che li hanno voluti e hanno ammazzato la creatività mettendo in serio pericolo il senso della musica rendendola mera merce di scambio ridicolizzandone il valore''.

Che rapporto avete con la dimensione live? ''Noi viviamo per la dimensione live. Amiamo scrivere i nostri brani, lavorare sulle nostre idee e confrontarci con chi ci può dare preziosi consigli su come rendere al meglio i nostri pezzi, ma bramiamo ardentemente il palco, il viso delle persone che a volte guardano svogliate, il sudore e a volte anche la fatica che spendiamo. Il live è il modo migliore per entrare nei nostri brani perché siamo attori di noi stessi e li recitiamo ogni volta, esprimendo le nostre emozioni e anche prendendoci un po’ in giro. Per noi un disco senza live è un mero esercizio di stile. Tanto per dare un’idea di questo, all’inizio della vita della band abbiamo inanellato più di 30 live senza aver neanche registrato un disco…''.

Cosa bolle in pentola per il futuro del progetto? ''Il futuro ci vedrà, innanzitutto, suonare. “L’inverno addosso tour” è appena cominciato e ci sta portando a spasso per l’Italia. L’estate ha già qualche spazio per noi, a partire dai festival più vicini alle nostre zone per spostarsi qualche chilometro più in là. I live impegneranno comunque la maggior parte del nostro tempo ma stiamo già ragionando sul prossimo disco, sulle sonorità da affrontare e sul mood complessivo. Ci piacerebbe riscoprire suoni distorti e potenti senza dimenticare le esperienze di “Fantasmi Ubriachi” e di “Palude”''.