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Ciao ragazzi, il 15 giugno è uscito il vostro nuovo singolo “Toxic kind of love”. Parlateci del brano. "Toxic Kind Of Love" è un gigantesco punto di domanda in merito a come e quando un sentimento positivo e solare come l'amore possa trasformarsi in ossessione, quasi come una disperata ricerca di una dose da parte di un tossicodipendente. È in quel momento che il proprio lato oscuro si palesa ed è molto facile cedere, lasciarsi corrompere l'anima, col rischio di arrivare a un punto di non ritorno. Questa canzone è la descrizione dello "Smetto quando voglio", la presunzione di aver sotto controllo una situazione che in realtà è già compromessa''.

“Toxic kind of love” fa parte dell’EP “Here comes the storm”, uscito il 29 marzo, che a sua volta è parte di un concept album di più ampio respiro. Raccontateci di cosa si tratta. "The Storm" doveva essere un album di 12 brani col proposito di dipingere in musica ciò che prova sulla pelle e nell'anima una persona "affetta" da ipersensibilità, raccontare cosa significa l'incapacità di gestire le proprie emozioni e dar loro la giusta priorità. Abbiamo poi deciso di dividerlo in 3 capitoli da 4 brani ciascuno per diversi motivi, in primis il fatto che un album folk/pop, nell'era di Youtube e Spotify, difficilmente sarebbe stato ascoltato per intero, diverse canzoni non avrebbero avuto l'attenzione che a nostro parere meritavano. Ammettiamo inoltre che anni fa, quando è stato concepito, non ci sentivamo ancora pronti e maturi musicalmente per rendere credibile in fatto di sonorità e arrangiamenti il tutto. Abbiamo quindi realizzato il primo EP "Quiet Before The Storm" apposta di getto, ingenuamente, per capire anche che effetto poteva fare su di noi. Il secondo capitolo "Here Comes The Storm" ha avuto invece un periodo di gestazione molto lungo e quasi rabbioso a causa di varie vicissitudini e problematiche della band che forse in realtà, a posteriori, sono state il "male necessario" a rendere giustizia a ciò che questo EP avrebbe dovuto rappresentare e raccontare. Il finale della trilogia si intitolerà "Hush Beyond The Storm", una sorta di meditazione finale su ciò che è successo e su cosa fare di ciò che è rimasto. Hegelianamente parlando, "tesi, antitesi, sintesi".

Il vostro è un folk decisamente di stampo americano. Nell’EP è presente anche una cover di Bob Dylan. Com’è proporre una musica di questo tipo in un Paese come l’Italia? ''In Italia da sempre sono vigenti un pregiudizio e una sorta di ostracismo per il genere nonostante il successo di artisti come Mumford & Sons, Lumineers e Of Monsters And Men abbia ampiamente dimostrato che si tratti di sonorità che possono anche funzionare molto bene. Noi cerchiamo di "imbastardirle" col pop senza snaturarle, sperando di generare in chi ci ascolta quella che per noi è la caratteristica che sta alla base di ogni cosa bella: la curiosità, la voglia di guardare in faccia ciò che è diverso''.

Oltre a comporre, scrivere e suonare siete anche i produttori della vostra musica. L’autoproduzione è una scelta che porterete avanti, una sorta di “marchio di fabbrica”, o avete in mente di lavorare anche con altri in futuro? ''Più che di una scelta si tratta di una condizione che si è creata, di certo comunque non forzata. Lavorare con altri significherebbe scambiarsi esperienze e imparare qualcosa, basta solo trovare le persone giuste con cui farlo. Insomma, incontrare il nostro George Martin non ci farebbe affatto schifo. Chissà, magari proprio per concludere in bellezza la nostra trilogia "tempestosa".

Siete molti attivi anche dal vivo e non è difficile trovarvi sul palco di locali importanti, come il Memo di Milano. Cosa dobbiamo aspettarci dai vostri live? ''Prima di tutto, aspettatevi passione e dedizione. Amiamo ogni suono che emettiamo, anche il più elementare, perché ogni accordo, ogni accento, ogni attacco sono il risultato di quattro teste che ogni maledetta settimana in sala prove si sintonizzano sulla stessa frequenza per divertirsi e trovare il modo di sorprendere e divertire chi sta giù dal palco. Oltre che musicisti, siamo quattro giullari cialtroni: non ci reputiamo belli né virtuosi, perciò rimane solo la carta della simpatia da giocarci. Per ora, sembra che il pubblico ai nostri concerti, dopo un primo "Ma da dove sono usciti questi?", canti con noi e rida di gusto: finché va così siamo felici''.