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12/02/2019   GIANMARIA SIMON
  ''Credo mi manchi solo il death metal e la polka bavarese...''

Oggi incontriamo Gianmaria Simon, poliedrico musicista di Sarzana. L’occasione è quella di parlarci del suo secondo album “Low Fuel”, che arriva a 5 anni di distanza da “L’ennesimo Malecon”.

Ciao Gianmaria, per iniziare potresti brevemente raccontare ai lettori la tua origine e formazione artistica? ''Ciao Max, come musicista sono passato attraverso molteplici esperienze, tutte “underground”, ma non nel senso figo del termine. Ho suonato negli anni blues, rock progressivo, musica popolare, combat folk, musica d’autore, musica klezmer… Credo mi manchi solo il death metal e la polka bavarese...''.

In origine, ci fu, per te, una notte folgorante, alla vista di ''The House'' di Sarunas Bartas, a tal punto che quella triste melodia ti scatenò il desiderio di imparare a suonare la fisarmonica. Ci sono stati altri ascolti o eventi che han fatto scattare in te altre particolari passioni o svolte importanti? ''Sì, molti libri, eventi, ascolti… Parlando di folgorazioni potrei citare ''On the road'' di Kerouac e ''Morte a credito'' di Céline per la letteratura, ''Addio terra ferma'' di Otar Iosseliani per il cinema, ''On the beach'' di Neil Young, la nona sinfonia di Beethoven e le Variazioni Goldberg di Gleen Gould per la musica. Ma potrei andare avanti per ore...'.

Un lustro per meditare il nuovo album “Low Fuel”: so che eri tentato di intestarlo col nome di un tuo gruppo, i Trajet Karavani. Perché poi hai deciso di metterci semplicemente il tuo nome? ''In realtà Trajet Karavani era il nome che aveva il progetto prima della pubblicazione de “L’ennesimo Malecon”. Da allora uso il mio nome perché, pur suonando con dei musicisti fidati, mi piace la libertà e la solitudine del cantautore''.

Nell’album si respira quel mood tra l’invettiva, l’ironia e il divertissement, in cui noi abbiam trovato spunti ispirativi di Bennato, Silvestri, Negrita. Oltre agli artisti citati, ci sono altri grandi riferimenti ispirativi? ''È buffo ma nessuno dei tre rientra fra le mie principali fonti d’ispirazione… Però non sei il primo che accosta alcune sonorità del disco ai Negrita e a Bennato, evidentemente ci deve essere un filo rosso che mi accomuna a loro pur senza averli mai ascoltati particolarmente. L’ironia è fondamentale per me, è il filtro che mi permette di guardare le cose senza essere travolto dagli accadimenti. I miei riferimenti musicali sono tanti, come si può intuire, credo, dell’eterogeneità dei generi che affronto: posso dirti Paolo Conte, Tom Waits, il già citato Neil Young, Johnny Cash, Leonard Cohen, Leò Ferre e molti altri''.

L’album contiene anche la cover di Modugno “L’avventura”: come è avvenuta la scelta? Una canzone che ti colpì in passato o una scelta recente? ''La ascoltai la prima volta ad un concerto del Parto delle Nuvole Pesanti molti anni fa, e solo dopo ascoltai l’originale di Modugno. È stato abbastanza naturale farne una mia versione perché si sposa perfettamente col mio amore per il tema del viaggio e con la mia inclinazione cosmopolita. C’è un verso nodale che recita: “ogni punto della terra per fermarsi o per andar”, ed è, secondo me, la risposta migliore a chi nega il diritto di spostamento o di migrazione ai popoli''.

Il tuo album lo abbiamo descritto come un poliglotta musicale, in quanto parla tante lingue stilistiche, e l’aver militato in varie band ha sicuramente contribuito alla tua completezza formativa. In futuro sei orientato a diversificare sempre l’offerta o, magari, coltivi il desiderio di progettare qualcosa che dia uniformità ad un unico genere musicale che preferisci di più? ''La mia ricerca è indirizzata a creare una fusione dei generi che ho frequentato, come musicista e come ascoltatore, per restituirne una sintesi personale''.

So che non ti piace solcare strade già battute e cerchi di svoltare sempre su vie polverose perché non ti piace né vincere né essere banale. In tutto questo “lottare”, con l’energia della spia sempre in rosso, non senti ogni tanto l’anelito di concederti una pausa dal ruolo di “Malestante”? ''All’età che ho credo sia tardi per correggere i miei tratti distintivi e la mia indole. Credo anche che sarebbe poco onesto strizzare l’occhio a mondi compositivi che non mi competono né rappresentano''.

Si dice che le canzoni siano come figli e che a nessuna si dovrebbe concedere la preferenza, però è anche vero che, in almeno una, c'è un significato speciale, profondo, significativo, che racchiude un po’ la summa concettuale dell’album. Tra i 10 brani di “Low Fuel” a quale o a quali sei legato di più e perché? ''Fra le canzoni di questo disco sono particolarmente orgoglioso di ''Tramp Steamer'', un pezzo ispirato a ''La neve dell’ammiraglio'' di Alvaro Mutis. Credo di essere riuscito a rappresentare in modo egregio l’atmosfera galleggiante e onirica che si respira nel romanzo''.

Anche questo secondo album esce ancora per l’attivissima label veneta Vrec di Davide Bonato. Come vedi il futuro delle etichette discografiche e, in generale, il panorama underground? Sei fiducioso che, in futuro, gli artisti di questa scena non dovranno più essere dei “partigiani” sul fronte, perennemente in “riserva”? ''Difficile prevedere il futuro delle etichette e degli artisti indipendenti in un periodo di repentini mutamenti. Mi auguro soltanto che ci sia un’alternativa dignitosa e percorribile oltre a quella di venire inghiottiti dal mondo mainstream, come è successo negli ultimi anni a diversi progetti “indie” che erano partiti con tutt’altre ambizioni''.

Ringraziando Gianmaria Simon per quest’incontro, formuliamo i nostri migliori auspicii per crescenti affermazioni professionali, e lo attendiamo, con vivo interesse, alla prossima prova, imprescindibilmente con la spia della “riserva” sempre accesa. (Max Casali)